Inseguire la verità

L’editoriale

Ci sono alcuni paesi dove lavorare nei media è più pericoloso rispetto ad altri - Ricordiamo i casi di Anna Politkovskaja e Carlo Casalegno come esempi di giornalisti rimasti uccisi a causa del loro lavoro in Russia e in Italia

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Immagine da Pexels.com

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Che quello del giornalista sia un mestiere tanto fondamentale quanto difficile, non è un qualcosa a cui i più fanno caso; che sia pericoloso, invece, è purtroppo sotto gli occhi di tutti. Situazioni pericolose o indagini scomode possono mettere il giornalista in una posizione non invidiabile per il solo fatto di svolgere il proprio lavoro. Il diritto all’informazione non è sempre garantito e la rincorsa alla verità prende a volte brutte pieghe.

Solo nella vicina Italia, secondo un dossier del 2014 realizzato dall’osservatorio Ossigeno per l’informazione per conto della Commissione parlamentare antimafia, dalla metà degli anni ’40 sono 28 i giornalisti uccisi, 15 quelli sotto scorta e 2800 quelli che hanno ricevuto minacce di morte. Molto particolare è anche la situazione in Russia. Infatti, qualsiasi siano i parametri che vengono tenuti in conto, essa è sempre tra le prime posizioni per il numero di giornalisti morti.

La questione russa costituisce un caso importante in quanto, solo dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja nel 2006, la comunità internazionale si è accorta di una lunga serie di omicidi di giornalisti rimasti insoluti che si perpetrava già dall’inizio degli anni ’90. Proprio la Politkovskaja, giornalista russo-statunitense la quale si dedicò in particolar modo alle questioni legate alla seconda guerra cecena - non risparmiando aspre critiche al governo russo accusato di non rispettare i diritti civili - venne ritrovata uccisa il 7 ottobre 2006 nell’ascensore di casa sua in una circostanza che ha fatto chiaramente pensare all’omicidio premeditato. La giornalista da lì a poco avrebbe pubblicato un articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Kadyrov. Non sono mai stati trovati responsabili e nessun rappresentante del governo russo partecipò al funerale.

Vittima di un attentato terroristico delle Brigate Rosse fu invece Carlo Casalegno il 16 novembre del ’77 all’età di 61 anni. Laureato in Lettere all’Università di Torino, dopo aver preso parte alla Resistenza all’inizio degli anni ’40 e aver insegnato al liceo, entrò a far parte di La Stampa di Torino e ne divenne il vicedirettore nel ’68. Occupandosi principalmente di politica interna, si trovò ad affrontare il problema del terrorismo. In particolar modo, in seguito all’apertura del processo alle Brigate Rosse – durante il quale avvero numerosi casi di minaccia e violenza come l’omicidio dell’avvocato Croce e la rinuncia di massa da parte dei cittadini componenti della giuria popolare –, attraverso i suoi articoli invitava tutti a fare la propria parte e a non tirarsi indietro nella lotta al terrorismo. Principalmente a causa di un suo articolo molto duro del 9 novembre '77, intitolato «Non occorrono leggi nuove, basta applicare quelle che ci sono. Terrorismo e chiusura dei covi», venne condannato a morte dal gruppo terrorista e sparato nell’androne del suo palazzo. Morì il 29 novembre in ospedale a causa delle gravi ferite riportate al volto.

Il quotidiano La Stampa, ogni settimana, assegna un premio intitolato a suo nome al giornalista che più si è messo in mostra per i suoi articoli o reportage.

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