Quando il certificato COVID non è necessario

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Intervista a Boas Erez, Rettore dell’università della Svizzera italiana

Quando il certificato COVID non è necessario
Università della Svizzera italiana, Lugano. © CDT/ARCHIVIO

Quando il certificato COVID non è necessario

Università della Svizzera italiana, Lugano. © CDT/ARCHIVIO

A differenza della SUPSI, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, l’USI è tornata a svolgere le lezioni in presenza senza il certificato COVID, rispettando invece la regola dell’utilizzo di un massimo di due terzi degli ambienti, secondo le disposizioni dell’UFSP.

Cosa ha guidato la scelta dell’USI?

«È utile ricordare che noi non abbiamo cambiato la nostra posizione. Avevamo già preso questa decisione riguardo le modalità di organizzazione della formazione per questo semestre prima dell’estate. Le nostre modalità sono conformi alle direttive. A metà settembre circa il Consiglio Federale, un po’ a sorpresa, ha decretato che le università avrebbero potuto introdurre il certificato COVID e noi non riteniamo che sia necessario nel nostro caso. Abbiamo considerato, tra le due aletrnative proposte - certificato COVID obbligatorio o regola dei due terzi (ndr.) - che questa era più ragionevole, fattibile e “migliore”, siccome verificabile da tutti. Essa non introduce la presenza di personaggi esterni alla comunità per le verifiche, mentre l’applicazione coerente del controllo dei certificati con le indicazioni del Consiglio Federale era onerosa in tempo e in denaro. Infatti, le altre università hanno sperato di poter proporre dei controlli dei certificati a campione e invece gli è stato spiegato che questo non è conforme».

C’è un’intermediazione ancora in atto tra gli istituti universitari e il Consiglio Federale sulle modalità di applicazione dei provvedimenti?

«Non c’è nessun dialogo, il Consiglio Federale prende le sue decisioni. Ogni tanto fa delle consultazioni, da il quadro legale e le università si muovono in esso. Noi siamo conformi al quadro attuale. Quello che noto è che tutte le università hanno messo in avanti il valore dell’insegnamento in presenza, semplicemente chi ha optato per l’introduzione della verifica dei certificati non poteva garantire l’insegnamento in presenza per la maggior parte degli studenti senza fare altrimenti.

C’è un’organizzazione mantello che si chiama Swissuniversities che raccoglie le posizioni degli uni e degli altri. Per esempio, una volta che si è capito che le università volevano procedere con delle verifiche a campione, è stata Swissuniversities a porre la domanda all’Ufficio Federale della Salute. C’è un’intermediazione in questo senso. Noi siamo liberi di scegliere, anche se Swissuniversities dovesse dare un consiglio non siamo tenuti a seguire queste indicazioni.

Quando uno prende una decisione dopo fa del lobbing affiché la sua posizione diventi quella degli altri»

Abbiamo sentito l’Ufficio Federale di Sanità e ci hanno spiegato che, essenzialmente, il controllo a campione è possibile solo in aggiunta alla regola dei due terzi.

«Esattamente. Per noi lo sforzo adesso è di riuscire a convincere con le buone, piuttosto che con le cattive, che c’è un vantaggio per ogni individuo a vaccinarsi. Però il nostro mestiere non è quello di promuovere la vaccinazione, piuttosto è quello di formare e fare ricerca».

Boas Erez, Rettore dell’Università della Svizzera italiana
Boas Erez, Rettore dell’Università della Svizzera italiana

Mi fa un bilancio di questi primi giorni? Come vengono effettuati i controlli sul rispetto delle regole?

«Il servizio logistica e il servizio agli studenti hanno verificato che, sulla base degli effettivi iscritti, era possibile funzionare con la regola dei 2/3, con delle eccezioni. Poi le aule sono state preparate in maniera che fosse chiaro a ogni studente dove sedersi: nelle aule si alternano a sedie libere altre con una grossa croce. Qualsiasi persona capisce dove sedersi e può verificare che la regola venga rispettata.

Durante l’assemblea generale dello scorso 30 settembre si sono evidenziate alcune insufficienze nell’accompagnamento del nostro dispositivo. In particolare, da parte di quei docenti che affrontano con troppa leggerezza l’obbligo della mascherina e il rispetto delle distanze da parte loro e dei loro studenti. È pure stato menzionato l’imbarazzo di coloro ai quali viene chiesto - magari anche indirettamente - di giustificare la loro scelta riguardo alla vaccinazione, interrogativo che lede la sfera personale di ognuno.

A me sembra che le cose stiano andando abbastanza bene, ne discuteremo ancora in Senato ed è chiaro che sia una cosa in evoluzione, così come lo è la diffusione del virus. Bisogna vedere un po’ quali sono gli scenari che si presenteranno.

Colgo l’occasione per indicare che studenti, ricercatori e collaboratori dell’USI avranno la possibilità di vaccinarsi sui campus di Lugano e Mendrisio, grazie ad un’iniziativa coordinata con l’Ordine dei medici e la Federazione dei Servizi Autoambulanza. Sarà possibile ricevere la prima dose (preparato Moderna) il prossimo lunedì 11 ottobre, senza prenotazione e presentando solo un documento di identità e la tessera dell’assicuratore malattia (svizzera o estera E111). Lunedì 8 novembre le stesse postazioni saranno riproposte per la somministrazione della seconda dose.».

C’è stato un tentativo di dialogo tra USI e SUPSI sul prendere una decisione univoca, soprattuto vista la convivenza sul Campus Est?

«Abbiamo verificato con la SUPSI che le due decisioni non portassero a problemi sul Campus Est. La loro decisione comportava comunque il porto della mascherina all’interno degli stabili. Inoltre loro fanno i controlli dei certificati solo in aula e non all’entrata degli edifici. Sembra quindi che i due diversi provvedimenti possano tranquillamente convivere».

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