Solo et pensoso

L’universo

L’editoriale di Antonio Paolillo

Solo et pensoso
Immagine da pixabay.com

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Se questa pandemia ci ha insegnato qualcosa, sicuramente ci ha spinti a rivalutare il senso e il significato dello stare soli e della solitudine. Difatti, visti i ritmi di vita e il contesto assolutamente sociale nel quale siamo inseriti, la solitudine non è solo un qualcosa che ricerchiamo per «staccare la spina», ma è anche portatrice di un valore assolutamente positivo, ovvero quello di portare consiglio, riflessione e pace mentale.

Nel suo Canzoniere, Francesco Petrarca scriveva: «Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi» (Sonetto XXXV). Il poeta aretino si isola nei più deserti campi alla ricerca di uno spazio in cui non vi sia traccia umana alla ricerca di pace e cercando di fuggire l’angoscia che gli porta l’amore smisurato che prova nei confronti di Laura (fallendo però nel suo intento in quanto «Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch’Amor non venga sempre»). Meno romanticamente del Petrarca, anche noi, spinti dal desiderio di trovare un momento di pace e restare da soli con noi stessi e i nostri pensieri, cerchiamo uno spazio personale il meno accessibile alle altre persone. Anche il banale ascoltare la musica in cuffia è un modo per chiudersi nella box dei nostri pensieri e scollegarsi dal mondo esterno nonostante ci troviamo in uno spazio pubblico, più o meno affollato. La solitudine ci porta a riflettere su noi stessi, su ciò che ci circonda, sulle situazioni quotidiane, ci aiuta in parte ad elaborare i problemi o al contrario a dimenticarci di essi anche solo per poco tempo, insomma è un qualcosa il cui valore non va assolutamente rigettato ma anzi valorizzato e ricercato.

Come in tutte le cose, però, può esserci sempre un «lato oscuro». Infatti, perché la solitudine sia positiva ci sono delle clausole. Innanzi tutto essa non deve essere imposta, ma deve sempre essere un momento che la persona sceglie di vivere; in secondo luogo, anche se ricercata volontariamente, non deve diventare auto-distruttiva o portare ad un atteggiamento di tipo asociale. Partendo dal secondo caso, la solitudine perde il suo valore positivo se diventa uno schermo per evitare il confronto con gli altri. Infatti, se da un lato abbiamo detto che essa è importante per la riflessione personale, dobbiamo anche considerare che è nel riconnetterci con la vita sociale, ritornando attori nei rapporti interpersonali, che si vedono gli effetti positivi di tale riflessione. Il primo caso, invece, è sicuramente più diffuso a causa della complessità delle situazioni che possono causare una solitudine non ricercata. Infatti non deve essere necessariamente un’imposizione coercitiva - la detenzione, per fare un esempio – ma a farlo possono essere anche situazioni della vita o di forza maggiore. La pandemia da COVID-19, e il conseguente aumento della distanza sociale, ha portato proprio a questo, ovvero ad una situazione di solitudine «forzata».

Il contatto con la famiglia, la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione digitali si rivelano un’ottima via di uscita da questa condizione, non disdegnando però l’aiuto di professionisti per una consulenza psicologica.

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