Una sicurezza poco sostenibile?

SUPSI

Sorge il problema di individuare un metodo di controllo delle certificazioni COVID che sia attuabile nella pratica e conforme all’Ordinanza federale

Una sicurezza poco sostenibile?
© CDT / CHIARA ZOCCHETTI

Una sicurezza poco sostenibile?

© CDT / CHIARA ZOCCHETTI

Una sicurezza poco sostenibile?
Franco Gervasoni Direttore generale SUPSI

Una sicurezza poco sostenibile?

Franco Gervasoni Direttore generale SUPSI

L’arrivo dell’autunno porta con sé l’inizio del nuovo anno accademico per le università, le quali nell’ultimo periodo hanno distribuito i loro corsi tra DAD e lezioni in presenza - dove la prima non era possibile per la natura dell’insegnamento – cercando di fronteggiare al meglio l’emergenza sanitaria nel rispetto delle regole per contrastarla indicate dalla confederazione. L’arrivo del vaccino e l’introduzione della certificazione COVID hanno sicuramente cambiato le prospettive, accendendo finalmente un faro di speranza dove prima si brancolava nel buio.

Riportare gli studenti nelle classi è finalmente possibile e l’Ordinanza sui provvedimenti per combattere l’epidemia di COVID- 19 nella situazione particolare (del 23 giugno 2021) ne stabilisce le linee guida per farlo in sicurezza. L’articolo 19a prescrive che quelle istituzioni del settore universitario che hanno la possibilità di accogliere studenti e personale occupando un massimo di due terzi della capienza dei locali, possono non richiedere il certificato COVID (come per esempio avviene presso l’USI); in caso contrario vige l’obbligatorietà della suddetta certificazione (come avviene invece presso la SUPSI) e «non si applicano altre limitazioni secondo la presente ordinanza tranne l’obbligo di elaborare e attuare un piano di protezione».

Cosa significa quest’ultima parte? In sostanza che coloro che rientrano nel secondo caso sono obbligati ad elaborare un piano efficace di igiene e di controllo della validità delle certificazioni. La SUPSI, davanti all’impossibilità di accogliere i suoi studenti occupando solo i due terzi delle aule e dovendo quindi introdurre l’obbligo di certificazione, prevede nel suo Piano di protezione che «I sistemi di controllo verranno basati sulla responsabilità individuale, su certificati di autodichiarazione e su controlli regolari a campione».

Ed è qui che nascono alcuni problemi. L’Ufficio Federale di Sanità Pubblica (UFSP), infatti, ci dice che se l’obbligo del certificato non può essere controllato o può essere controllato solo a campione, bisogna applicare la regola dei due terzi con l’obbligo di indossare le maschere. Quindi il controllo a campione può essere valido solo come misura aggiuntiva a quella dei due terzi; in caso contrario i controlli vanno eseguiti in modo sistematico. È evidente quindi che tra il piano di protezione della SUPSI e quanto dice l’UFSP non vi è una piena corrispondenza.

«Noi, come molte università svizzere, stiamo lavorando per cercare una modalità sostenibile che permetta di svolgere controlli e test nel modo più razionale possibile». Queste le parole di Franco Gervasoni, Direttore generale della SUPSI. «Stiamo approfondendo la tematica e stiamo anche discutendo con l’ufficio del medico cantonale per fare in modo che la nostra strategia possa essere messa in atto. Anche tutte le altre università sono al lavoro su questo punto e confido che arriveremo ad una soluzione che ci dia stabilità, continuità e sicurezza durante tutto il semestre. Siamo inoltre convinti che la scelta adottata garantisca un’adeguata sicurezza per tutti coloro che frequentano la SUPSI, in un periodo ancora connotato dall’incertezza sugli sviluppi futuri della pandemia». A sostegno dell’efficacia del metodo, Gervasoni aggiunge che «il controllo a campione ha rilevato il 99% delle persone in regola. Cercheremo di intensificare ancora il numero delle persone controllate ogni giorno, finendo per controllare almeno una volta a settimana quasi tutti, trovandoci così in una situazione di sicurezza molto elevata. Poi è chiaro che il rischio zero non esiste».

Il punto fondamentale per il Direttore generale della SUPSI è comunque un giusto equilibrio tra uno stato di sicurezza e la sostenibilità della strategia di controllo delle certificazioni: «Abbiamo un numero considerevole di sedi, con studenti e collaboratori che arrivano ad orari diversi. Controllare tutti a tappeto giornalmente su più ore è un’operazione titanica. La filosofia secondo cui stiamo agendo è quella di tenere il livello di rischio più basso possibile avendo però dei costi di implementazione a carico delle istituzioni sostenibili». Sulla base di questo Gervasoni si auspica che l’UFSP agisca a favore di un margine di flessibilità più ampio. «Per come parla oggi l’ordinanza i controlli a campione non sarebbero possibili se non in aggiunta alla regola dei due terzi, ma speriamo di poter trovare una posizione giuridicamente solida e un buon compromesso. Ci sembra corretto che il rischio sia il più basso possibile, ma entro i termini di proporzionalità e di sostenibilità. Questa è la mia posizione, poi è che chiaro che possa essere criticata».

Ciò che spinge a tornare in presenza a tutti i costi è una questione didattica, «per garantire una formazione universitaria professionalizzante di qualità», come sostiene Gervasoni. È chiaro che, in un periodo così particolare come quello presente, non viene immediato riuscire a trovare una soluzione ritenuta adeguata da tutti gli attori coinvolti. La possibilità di errori o fraintendimenti inoltre è molto elevata.

Che non sia sintomo questo di una comunicazione insufficiente tra enti federali e istituzioni universitarie? Non possiamo affermarlo con certezza. L’importante, però, è che ci si muova nella direzione di garantire la sicurezza di studenti, collaboratori e ospiti all’interno degli edifici dell’università.

©CdT.ch - Riproduzione riservata
Ultime notizie: L'universo
  • 1
  • 1