A Pristina soffia un’aria nuova

Elezioni

I risultati definitivi della amministrative kosovare incoronano Albin Kurti nuovo premier e segnano così un distacco dalla classe dirigente al potere dal 2008

A Pristina soffia un’aria nuova
Albin Kurti nel corso dei festeggiamenti. © AP/Visar Kryeziu

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Albin Kurti nel corso dei festeggiamenti. © AP/Visar Kryeziu

A Pristina soffia un’aria nuova

A Pristina soffia un’aria nuova

A Pristina soffia un’aria nuova
Un cartellone della campagna politica di Ramush Haradinaj. ©EPA/GEORGI LICOVSKI

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Un cartellone della campagna politica di Ramush Haradinaj. ©EPA/GEORGI LICOVSKI

Quelle che, in base ai precedenti, rischiavano di essere le ennesime elezioni-fotocopia, lo scorso 6 ottobre in Kosovo, hanno invece proclamato vincitori del voto anticipato i partiti dell’opposizione. Tra questi, con il 25,7% di preferenze, Vetëvendosje (LVV, letteralmente: «autodeterminazione») ha prevalso e il suo leader storico, Albin Kurti, si appresta ad assumere il ruolo di premier. Partito di stampo nazionalista e dal forte legame con l’Albania, in economia, l’LVV tende allo stesso tempo alla sinistra progressista. Ad un passo dalla vittoria, con il 25,1% dei voti, la Lega democratica del Kosovo (LDK) arrivata seconda, attende ora che Kurti bussi alla sua porta in cerca di alleanze per formare il nuovo Esecutivo.

Al partito di Hashim Thaçi è andato quello che solo apparentemente potrebbe sembrare un dignitoso 21,1% dei voti. In soldoni, il risultato grida invece la sconfitta subìta dalla classe dirigente che ha detenuto il potere a partire dall’indipendenza nel 2008.

L’appoggio popolare a Vetëvendosje è cresciuto parallelamente allo scontento nei confronti della conduzione storica del Paese, plasmata a immagine e somiglianza dei veterani della milizia UÇK (Esercito di liberazione del Kosovo) con la quale il premier uscente Ramush Haradinaj e il presidente Hashim Thaçi combatterono infatti in prima linea. Certo, in Kosovo, «storico» ha una designazione singolare dal momento che si tratta di uno Stato che ha proclamato la propria indipendenza (dalla Serbia) da soli 11 anni e ancora reclama il riconoscimento unanime a livello internazionale.

Due anni fa, nel giugno 2017, l’alleanza formata dai partiti di Thaçi e Haradinaj, PDK-AAK-NISMA, si portò a casa il 35% delle schede contro il 27% ottenuto da Vetëvendosje e il 26% di LDK. L’affluenza alle urne è rimasta alta – il 41% allora, il 44% la scorsa domenica – oggi, tuttavia, la situazione del Kosovo sembra essere cambiata. I suoi cittadini – 1,8 milioni circa – hanno il volto dei giovani (l’età mediana si aggira attorno ai 25 anni) e l’identità frammentata di chi cresce in un Paese perennemente in cerca di stabilità, di riconoscimento e dello Stato di diritto. Figli di militanti per l’indipendenza dalla Jugoslavia con il sogno non del tutto palesato (ufficialmente almeno, avrebbe minato l’ottenimento dell’autonomia politica) di appartenenza all’Albania. Giovani donne e uomini che sognano l’Europa, o perlomeno la libertà di movimento e le opportunità di crescita che essa rappresenta. Perché il kosovaro medio, oltre che giovane, è anche quasi sempre intrappolato tra i propri confine da un passaporto che malgrado il largo riconoscimento internazionale non permette di entrare nella gran parte degli altri Paesi. Ma soprattutto, il cittadino kosovaro è quasi sempre disoccupato.

Colpa di una corruzione che trabocca da qualsiasi apparato pubblico o privato che sia. Le denunce nazionali e internazionali in merito non si contano. Stato ed interessi economici sono infatti sempre stati in mano ad una stessa classe dirigente, e non solo questi. Vi si aggiunge anche il crimine. Sono molte le inchieste secondo le quali l’UÇK si dedicò, a cavallo tra gli anni ‘90 e i 2000, al controllo del narcotraffico in arrivo in Europa dallo sbocco sud-est. Ci fu anche un rapporto del ticinese Dick Marty, ai tempi relatore speciale del Consiglio d’Europa, secondo cui Thaçi era alla guida di un gruppo criminale di stampo mafioso cui, oltre a Haradinaj, appartenevano vari esponenti dell’UÇK. Gruppo che avrebbe gestito il traffico di stupefacenti, armi e organi in Kosovo.

Alle elezioni anticipate, d’altronde, si è giunti dopo che il premier Haradinaj si è ritirato dal suo ruolo, nel corso di quest’estate, in quanto indagato per crimini contro l’umanità alla corte dell’Aja. Un’accusa che potrebbe sembrare sufficientemente grave da considerare il Governo e la maggioranza uscente sconfitti in partenza sulla base dell’onta di un simile sospetto. Non fosse che una procedura identica è già stata affrontata altre volte dalla Corte internazionale. L’imputato era lo stesso, il ruolo che ricopriva anche. Le accuse identiche. L’esito? Nullo. Questo perché i testimoni a favore dell’accusa all’ormai ex premier si sono inspiegabilmente volatilizzati oppure scomparsi in misteriosi incidenti. Ora che Haradinaj è tornato a difendersi davanti al tribunale europeo, i suoi concittadini sono tornati alle urne.

Albin Kurti, classe 1975, negli anni si è mostrato granitico nella sua posizione anti-establishment e anti-corruzione, distanziandosi quindi anche dall’eredità UÇK; ma senza accennare, al contempo, a esitazioni nei confronti del Governo serbo, con il quale gli aspetti da appianare sono ancora molti. Il compito che gli spetta ora è quello di non giocarsi un elettorato nato proprio dalla delusione verso i leader precedenti.

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