Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

l’analisi

Il fallimento afghano tra decisioni, strategie e obiettivi degli Stati Uniti - Dagli attacchi dell’11 settembre 2001 ad oggi, cosa è successo in Afghanistan? Il dramma degli ultimi giorni e la sua origine, al centro degli interrogativi della comunità internazionale - LE FOTO

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?
Le immagini aeree di Kabul mostrano la folla in fuga. ©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

Le immagini aeree di Kabul mostrano la folla in fuga. ©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?
©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?
©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?
©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?
©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

Afghanistan, come si è arrivati a questo punto?

©EPA/MAXAR TECHNOLOGIES

I talebani sparano su chi manifesta sventolando la bandiera nazionale afghana. Le persone in fuga non si contano più. In più di 14 milioni affrontano la fame. Le donne vivono recluse con il timore che i loro diritti siano d’ora in poi calpestati, e con il terrore di stupri e uccisioni.

©EPA/MOHAMMAD JAVADZADEH
©EPA/MOHAMMAD JAVADZADEH

Quello che si sta consumando questi giorni in Afghanistan è un dramma sulle cui origini la comunità internazionale non smette di interrogarsi. E le risposte sono ricercate ben oltre la conquista del potere da parte dei talebani di domenica scorsa o la decisione degli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dal Paese: da George W. Bush a Biden, ognuno dei presidenti USA ha aggiunto il suo tassello a questo complesso puzzle.

©EPA/STRINGER
©EPA/STRINGER

Dall’11 settembre al nation building

Per capire il fallimento afghano di oggi si analizzano in particolare decisioni e strategie degli ultimi 20 anni, cominciando dagli obiettivi di questa lunga guerra.

Per ripercorrere gli eventi, bisogna iniziare dal 7 ottobre 2001: un mese dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, dopo essersi visto negare dal regime talebano la consegna del capo di Al-Qaida Osama Bin Laden, George W. Bush diede il via a una massiccia offensiva in Afghanistan, dove i talebani erano al potere dal 1996, dando rifugio a Bin Laden. L’intervento aveva il preciso scopo di catturare il leader di Al-Qaida e colpire il suo movimento, distruggendo i campi di addestramento dei terroristi.

Appena due mesi dopo l’inizio dei conflitti, il 6 dicembre, i talebani si arrendevano. Arrivati a questo punto, ma senza aver ancora catturato Bin Laden, il presidente americano espresse la volontà di perseguire con un nation building, ossia di contribuire alla creazione di un governo afghano democratico, in linea con gli standard liberali occidentali.

Un nuovo obiettivo per la sicurezza statunitense

Hamid Karzai, che nel 2004 vincerà le prime presidenziali a suffragio universale diretto della storia del Paese, assunse il ruolo di capo dell’amministrazione transitoria afghana e, a partire dal 2002, quello di presidente ad interim.

Il nuovo obiettivo statunitense non rappresentava però un completo cambio di rotta rispetto al proposito fin lì espresso: con un governo afghano stabile e trasparente, il Paese, oltre a diventare una terra sicura per i suoi abitanti, non sarebbe più stato covo di proliferazione di movimenti terroristici e questo anche a tutela degli interessi americani. Ecco dunque che gli Stati Uniti decisero di proseguire il proprio impegno ad oriente dando il via a un programma di aiuti per la ricostruzione delle forze di sicurezza afghane. L’investimento americano in tal senso fu di 133 miliardi di dollari.

Afghanistan e USA, un legame di dipendenza

L’ingente cifra stanziata dagli USA, tuttavia, non impedì alla corruzione di insinuarsi nel governo di Kabul, e l’esercito nazionale dell’Afghanistan non riuscì mai a diventare autonomo, né a fare a meno dell’addestramento delle forze USA e NATO. Prima di rendersene conto, gli Stati Uniti invasero l’Iraq, nel 2003 dando vita a un secondo conflitto per le forze USA, altrettanto impegnativo.

©AP Photo/Rahmat Gul
©AP Photo/Rahmat Gul

Verso l’insurrezione

La situazione in Afghanistan si fece quindi delicata: da un lato la popolazione perse fiducia nel governo, dando di riflesso maggiore forza al regime talebano, dall’altro l’esercito nazionale locale, da solo, non riuscì a contrastare l’avanzata dei miliziani. Talebani e altri gruppi islamisti si radunarono infatti nei loro bastioni a Sud e a Est, da dove conquistarono le loro basi in Pakistan per dare il via a un’insurrezione. Se dal punto di vista bellico le operazioni statunitensi possono considerarsi concluse già a partire dal 2002, ciò che tenne il Paese a stelle e strisce impegnato in uno dei più lunghi conflitti della sua storia, fu proprio la difficoltà nel contrastare l’insurrezione.

I rinforzi USA e l’uccisione di Bin Laden

La responsabilità di quanto accade oggi si riallaccia quindi strettamente alla volontà di un nation building e a chi lo sostenne. Rinforzi furono inviati in Afghanistan nel 2008 da Bush e ancora tra il 2009 e il 2011, durante il primo turno alla Casa Bianca di Barack Obama, quando si raggiunse il picco: in Afghanistan a quel momento erano presenti oltre 150 mila soldati stranieri, di cui 100 mila statunitensi. L’invio di truppe culminò, il 2 maggio 2011, con l’uccisione di Osama Bin Laden nel corso di un’operazione delle forze speciali americane in Pakistan.

Il ritiro dei soldati, l’ISIS e il nuovo invio di forze

Barack Obama diede quindi una spinta ulteriore al nation building per avviare e completare il più celermente possibile il ritiro delle truppe USA e NATO. Ritiro che ebbe un graduale inizio tra il 2011 e il 2012. Quest’ulteriore spinta al nation building richiese uno sforzo economico non indifferente agli Stati Uniti, ma l’accelerazione del processo non portò alla formazione di un governo solido e trasparente come si sperava. Nel 2014 le elezioni presidenziali afghane, che portano la macchia del sospetto di frode, si conclusero con l’elezione di Ashraf Ghani. Alla fine dell’anno, terminate le missioni della NATO, nel Paese restano 12.500 soldati stranieri, di cui 9.800 statunitensi, con il compito di formare le truppe afghane e condurre operazioni antiterroriste. L’insurrezione talebana si fa sempre più massiccia anche a causa dell’ISIS. Nel 2017 quindi Donald Trump abbandona i piani di ritiro e invia nuove truppe per far fronte agli attacchi dei ribelli.

©EPA/STRINGER
©EPA/STRINGER

L’accordo tra USA e talebani

Tre anni più tardi, nel febbraio 2020, sulle presidenziali afghane plana ancora l’ombra del sospetto di frode: Ashraf Ghani è dichiarato vincitore con il 50,54% dei voti, ma anche il suo rivale Abdullah Abdullah rivendica la vittoria. Nel maggio seguente, tra i due viene sottoscritto un accordo che vede Ghani alla presidenza e Abdullah alla direzione dei negoziati di pace con i talebani.

Sempre nel febbraio 2020, Donald Trump sigla lo storico accordo con i talebani - tacciato da molti di essere in parte responsabile dell’odierna situazione in Afghanistan - che prevede il ritiro delle truppe statunitensi entro il 1. maggio 2021 in cambio dell’apertura di negoziati diretti tra i ribelli e le autorità di Kabul. L’intesa, secondo molti analisti, pareva nascondere una certa mancanza di interesse per le prospettive future dell’Afghanistan, ma risultava ancora una volta in linea con gli intenti dell’allora presidente statunitense che, nel 2016, era stato eletto in seguito a una campagna che prometteva l’interruzione delle «guerre senza fine», di cui parte quella in Afghanistan era particolarmente rappresentativa.

Un ritiro senza «se» e senza «ma»

Il 1. maggio 2021, quindi, Stati Uniti e NATO confermano il ritiro dei loro 9.500 soldati (tra cui ancora 2.500 americani) e scoppiano sanguinosi combattimenti tra talebani e forze di governo nel Sud del Paese. Combattimenti che proseguiranno anche nel Nord, con la caduta del distretto di Burka nella provincia di Baghlan, poi con il ritiro delle forze americane dalle basi aeree di Kandahar e la restituzione alle forze afghane di quella di Bagram. Biden, a questo punto, l’8 luglio annuncia il completo dietrofront statunitense entro il 31 agosto. E il resto è tristemente noto.

©AP Photo/Evan Vucci
©AP Photo/Evan Vucci

Biden e la politica afghana

Difficile però, per chi dice che Joe Biden abbia ereditato una situazione scottante, non ricordare che era vicepresidente durante la presidenza di Obama e che, sebbene non fosse sempre stato d’accordo con lui in materia di politica afghana, ha finalmente contribuito alle scelte che hanno sostenuto il nation building. Informato della possibilità che i talebani abbattessero il governo di Kabul in sei mesi (anche se di fatto le forze afghane hanno resistito molto meno), tra l’altro, Biden nel giugno scorso ha comunque avallato il ritiro dei soldati americani, senza prevedere il mantenimento sul posto di una presenza militare che fungesse da deterrente per i talebani. Una decisione - ma è solo un’ipotesi - che si fonda forse sul fatto che i sondaggi vedevano la maggior parte della popolazione americana favorevole a un ritiro delle truppe in Afghanistan. Più di una volta inoltre, Biden ha giustificato la scelta ricordando che gli obiettivi iniziali della discesa in campo delle forze statunitensi non riguardavano l’addestramento delle truppe afghane. Il fatto che però Biden si ponga quale sostenitore di una politica fondata sulla difesa dei diritti umani, rischia ora di minarne la credibilità. Tanto più se si considera il recente allarme lanciato dalla Sicurezza nazionale di nuovi attacchi terroristici in vista dell’anniversario dei 20 anni dagli attentati dell’11 settembre.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Mondo
  • 1
  • 1