«Alitalia? È un massacro organizzato»

La testimonianza

Il tramonto della compagnia italiana vissuto da un ex comandante: «Prima che la politica ci mettesse becco era il Paradiso»

«Alitalia? È un massacro organizzato»
© Reuters

«Alitalia? È un massacro organizzato»

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Per anni, con la sua cadenza tipicamente romana, ha intrattenuto i passeggeri durante il volo. «È il vostro comandante che vi parla». Già, proprio così. Elegante, preciso, sempre sorridente. Come un attore. «Vi chiedo solo una cosa» ci dice dall’altra parte del telefono e del mondo. «Sono in pensione, vivo negli Stati Uniti, parlo volentieri della mia esperienza in Alitalia ma vorrei mantenere l’anonimato». D’accordo. Lo chiameremo G. e basta. «Quanto sta succedendo – prosegue, quasi a ruota libera – è un massacro organizzato». Il tramonto di Alitalia, l’arrivo di ITA, la battaglia attorno al logo. «È tutto deciso a tavolino, ancora una volta è stata la politica» afferma il nostro interlocutore.

«Ah, il Jumbo»
G. entrò in Alitalia nel 1965. Se ne andò nel 1983. Una carriera lunga, vissuta sempre e costantemente fra le nuvole. Fra le mani, i comandi dei migliori aerei per l’epoca. I Caravelle, le cui linee progettuali influenzarono il corto raggio, i DC-8 43 e 62, i DC-10. «E poi c’era lui, il Jumbo». Proprio lui, sì, il Boeing 747. «Su quello ho chiuso la mia carriera in Alitalia». Fu, chiarisce G., un’era pazzesca. Nel 1969, Alitalia fu la primissima compagnia a livello europeo a presentare una flotta di soli jet. «Le eliche, però, io non le ho mai vissute. Come entrai nella compagnia, beh, venni messo sui Caravelle. La transizione, insomma, non mi riguardò. Ma, appunto, fu qualcosa di importante e storico».

«L’ennesima manovra politica»
Oggi, 14 ottobre, Alitalia saluterà per sempre i cieli e i suoi passeggeri. La nuova compagnia sta trattando per un accordo ponte in merito a marchio, livree e divise. A chi, per anni, ha lavorato sotto l’egida della grande A tricolore, però, in questi giorni è salito un magone pazzesco. Anche G. non nasconde una certa frustrazione: «Siamo alle solite» racconta. «È l’ennesima manovra zozza dei politici. La nuova compagnia, al netto delle regolamentazioni dell’Unione europea, nasce proprio per volere politico». Secondo i critici, tuttavia, a tramontare è (finalmente) anche l’era dei favori, dei privilegi, dei soldi pubblici sperperati senza un vero e proprio piano di risanamento. «Io sono stato anche passeggero di Alitalia dopo averci lavorato» dice l’ex comandante. «E sì, come ex dipendente avevo diritto a determinati privilegi. Potevo viaggiare in Magnifica, la business class per il lungo viaggio, a prezzi popolari». Detto ciò, prima del caos Alitalia è stata amata. Invidiata, anche. «E lo era perché, prima che iniziasse il declino, veniva gestita benissimo. Pareva il Paradiso».

G. fa risalire agli anni Settanta i primi accenni di crisi. «Da una parte c’erano i giochi politici in merito alle rotte, dall’altra gli scioperi, le rivendicazioni, le lotte per i contratti. Il servizio cominciò a peggiorare, come se quelle strattonate sindacali fossero penetrate in cabina». Alitalia, però, come detto era invidiata e rispettata. Entro i confini nazionali ma, soprattutto, anche all’estero. «Le eccellenze non mancavano. Penso alla manutenzione, un fiore all’occhiello. E penso al personale di volo, preparatissimo». Il problema? «La gestione, sempre quella. Ai piani alti, puntualmente, ci stava gente messa lì dalla politica». Gente che non necessariamente aveva esperienza nell’aviazione. «Gente che, va da sé, doveva compiacere chi stava al potere. Ci fu, questo sì, un periodo felice negli anni Novanta con Domenico Cempella quale amministratore delegato. Non doveva niente a nessuno, risanò la compagnia permettendole di produrre cifre nere. A un certo punto, ahimè, fu buttato fuori».

«Quella volta di Etihad»
Proprio la politica, negli anni, ha cercato soluzioni definitive e solide per Alitalia. Qualcosa che, evidentemente, andasse oltre il semplice (e pesante) aiuto statale. La stessa compagnia trovò una via con Etihad. «Ma governo e sindacati, di fronte al piano di risanamento proposto, che prevedeva diverse migliaia di esuberi, fecero muro. Ed Etihad, giustamente, se ne andò. Scelte, anche qui, politiche. Che hanno creato un costo enorme alla società italiana».

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