Benny Gantz: «Una pace fredda è meglio di ogni guerra»

conferenza

Il ministro della Difesa d’Israele è stato protagonista di un dibattito sul futuro del Medio Oriente organizzato dall’ASI Ticino - Dal terrorismo agli accordi di Abramo, dal ruolo della Confederazione ai rapporti con la Palestina, ha lasciato trasparire qualche spiraglio di luce

Benny Gantz: «Una pace fredda è meglio di ogni guerra»
© CdT/Gabriele Putzu

Benny Gantz: «Una pace fredda è meglio di ogni guerra»

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Nella precaria stabilità in Medio Oriente, Israele sembra aver trovato la quadratura del cerchio con il vice premier e ministro della Difesa Benjamin Gantz, protagonista nel tardo pomeriggio dell’incontro in live stream organizzato dall’Associazione Svizzera-Israele (ASI) Sezione Ticino presieduta da Adrian Weiss. Titolo della conferenza: «Israele e il futuro del Medio Oriente», moderatore, Carmel Luzzati, giornalista di Channel 2. Al tavolo di confronto su temi di stretta attualità si sono seduti, oltre al responsabile dei servizi speciali del Corriere del Ticino Andrea Colandrea, anche il direttore di Repubblica Maurizio Molinari e il direttore dei giornali del gruppo Blick Christian Dorer.

Cauto ottimismo

Israele, si diceva, sembra aver trovato una soluzione alla storica instabilità politica di tutta l’area, ma la cautela non è mai troppa. Soprattutto quando si parla di Palestina, che da decenni continua ad essere un campo minato costellato da buoni propositi ma con prospettive effimere, come ha mostrato l’Accordo di Oslo siglato ormai 27 anni fa. Durante l’incontro Benjamin Gantz ha rimarcato a più riprese concetti come «pace» e «sicurezza». L’obiettivo, ha detto, è lavorare per normalizzare i rapporti con i palestinesi: «Il mio approccio – ha affermato – è un mix tra sicurezza da una parte e pace dall’altra: la volontà è quella di imparare a convivere, perché una pace – anche fredda – è meglio di ogni guerra».

A detta del vice premier, i palestinesi non dovrebbero più essere «lasciati indietro», ma trovare le necessarie garanzie nell’ambito dei recenti «accordi di Abramo». Ovvero la pax americana in Medio Oriente siglata a Washington lo scorso settembre dal presidente Donald Trump per la normalizzazione dei rapporti politici ed economici tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. In altre parole, i palestinesi dovrebbero essere un tassello che appartiene al mosaico, ma «devono esserci condizioni eque».

Democrazia e stabilità

Se la guerra dei sei giorni cambiò il volto del Medio Oriente destabilizzando gli equilibri interni e internazionali, la «missione» di Gantz sembra imboccare il sentiero della democrazia. Se si dovesse fotografare la situazione in Medio Oriente tralasciando l’aspetto pandemico, ha rimarcato, la guerra all’estremismo è un tassello fondamentale nelle priorità del tandem Netanyahu-Gantz. «Combattere l’estremismo è uno dei problemi principali per mantenere la stabilità che rappresenta la chiave di volta per ogni Paese per giungere alla democrazia», ha rilevato il ministro.

Durante la conferenza è intervenuta anche la ministra della Diaspora Omer Yankelevich, che ha auspicato la creazione di «un ponte con le numerose comunità israeliane sparse nel mondo».

Il ruolo della Svizzera

La discussione ha anche toccato il ruolo della Svizzera, che da anni ha indossato i panni di promotrice di pace in Medio Oriente e che rappresenta gli interessi USA in Iran. Fondamentale per Israele, a detta di Gantz, è cercare di mantenere questo ruolo e non chiudere i canali di comunicazione e cooperazione tra i due Paesi. «L’auspicio – ha ribadito – è che la Svizzera possa continuare anche in futuro a essere portavoce degli interessi occidentali in Medio Oriente. Ce n’è bisogno».

«Nessun omicidio»

Sollecitato sulla vicenda Abdullah Ahmed Abdullah, il numero due di Al Qaeda, il ministro Gantz ha risposto senza giri di parole: «Non abbiamo ucciso nessuno». La vicenda, lo ricordiamo, è rimbalzata agli onori delle cronache da un recente scoop del New York Times sulla base di informazioni dell’intelligence USA. Il terrorista sarebbe stato eliminato dal Mossad in Iran tre mesi fa proprio per conto degli Stati Uniti. È certo, però, che per la stabilità del Medio Oriente, «l’Iran va tenuto d’occhio».

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