«Bibi» se ne va: «Ma tornerò presto»

Israele

Dopo il voto alla Knesset per Benjamin Netanyahu inizia una sofferta separazione dal potere

«Bibi» se ne va: «Ma tornerò presto»
© EPA/ABIR SULTAN

«Bibi» se ne va: «Ma tornerò presto»

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In Israele dopo il voto alla Knesset sul nuovo governo Bennett-Lapid, per Benjamin Netanyahu inizia una sofferta separazione dal potere. Negli ultimi 12 anni ha sempre dettato l’agenda nazionale.

È stato un Grande Fratello onnipresente, 24 ore al giorno: in tv, sulla stampa, su Facebook, su Twitter, su Instagram, su Tik Tok. Ora per lui molti riflettori si spengono. Numerosi ed agguerriti, i suoi rivali politici assumono il controllo della scena politica e Bibi deve fare i conti con la nuova (ma non inedita) condizione di leader della opposizione parlamentare.

La prima rinuncia riguarda la palazzina in via Balfour a Gerusalemme, residenza ufficiale dei primi ministri di Israele, assurta a simbolo del controverso stile di vita della famiglia Netanyahu. Per mesi sono state organizzate manifestazioni settimanali di protesta attorno a quella che uno dei dimostranti qualificò come «una sorta di Bastiglia» da espugnare. Adesso dovrà cedere quel prezioso emblema di potere ad un rivale che disprezza. Naftali Bennett, ha accusato, «si è macchiato della più colossale truffa politica mai ordita in Israele». Si riferiva al travaso di voti da lui raccolti a destra e poi messi a disposizione di un governo di unità nazionale aperto anche alla sinistra.

La seconda preoccupazione, meno immediata ma non meno intrigante, riguarda il controllo del Likud che necessariamente perde quota nella gestione del Paese. Alcuni giorni fa un suo rivale potenziale, l’ex sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, ha organizzato in un centro congressi di Tel Aviv una riunione in cui ha illustrato di fronte a 3000 sostenitori la propria visione del futuro Likud. Per ora Netanyahu mantiene nel partito un controllo d’acciaio. Ma non mancano ex ministri che (in forma anonima) lo accusano di averli trascinati ad un’opposizione che non era obbligata. Se si fosse fatto tempestivamente da parte anche in via provvisoria, sostengono, il Likud avrebbe facilmente formato un governo omogeneo di destra.

Il terzo assillo di Netanyahu riguarda l’andamento del suo processo, nel tribunale distrettuale di Gerusalemme, per corruzione, frode ed abuso di potere. A più riprese ha denunciato di essere stato vittima di una caccia alle streghe con dossier «creati ad arte per abbattere un premier eletto». Di conseguenza ha gestito una sistematica guerra di nervi con la magistratura, con la pubblica accusa, con l’avvocato dello Stato e anche con la Corte Suprema. Da premier non aveva che l’imbarazzo della scelta per escogitare mezzi adeguati a ridurli alla difensiva. Adesso, dai banchi dell’opposizione, la sfida si presenta più complicata. Oggi comunque Netanyahu ha ribadito, in inglese: «I’ll be back soon», tornerò presto. Un messaggio cristallino indirizzato sia a Bennett che al Likud. Ma anche ai giudici di Gerusalemme.

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