Biden difende il ritiro delle truppe: «Non ripeterò gli errori del passato»

AFGHANISTAN

Dopo giorni di imbarazzo, ieri sera il presidente americano ha rotto il silenzio: «Non possiamo combattere una guerra che le stesse forze afgane si rifiutano di combattere»

Biden difende il ritiro delle truppe: «Non ripeterò gli errori del passato»
© KEYSTONE (AP Photo/Evan Vucci)

Biden difende il ritiro delle truppe: «Non ripeterò gli errori del passato»

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Per capire quanto 24 ore di dominio talebano siano state sufficienti per cambiare l’Afghanistan, basta guardare il traffico aereo sopra la città di Kabul. Domenica all’alba, quando l’esercito afgano non si era ancora dissolto e la diplomazia americana iniziava le prime, scomposte fasi di abbandono dell’ambasciata, i voli commerciali atterravano e decollavano con regolarità nell’aereoporto internazionale della capitale. Ieri invece, con i talebani a presidiare in modo stabile le strade di Kabul, l’aeroporto si è trasformato in un campo profughi improvvisato. Trincerato dal controllo di 7 mila soldati dell’esercito americano, inviati in fretta e furia dal presidente Biden per coordinare le operazioni di evacuazione del personale occidentale in fuga. Preso d’assalto dai civili terrorizzati dal ritorno-lampo dei talebani. Simbolo di un Paese tornato indietro di vent’anni nel giro di pochi mesi e di una città che ha visto dissolte le proprie libertà in meno di 24 ore.

Le parole

Joe Biden ha parlato alla nazione ieri sera per meno di venti minuti. Parole fredde, taglienti. La versione educata di un discorso che avrebbe potuto pronunciare Donald Trump. Prima un’introduzione che stride con la storia degli ultimi vent’anni: «Non siamo li per costruire una nazione, ma per proteggerci dal terrorismo». Poi una minima, insufficiente ammissione di responsabilità su quanto accaduto nelle ultime ore: «Voglio dirvi la verità: tutto questo si è svolto più rapidamente di quanto ci attendessimo». Infine una critica profonda alle istituzioni afgane: «Abbiamo speso mille miliardi di dollari per aiutarli a costruire un’armata da 300 mila soldati, abbiamo pagato i loro stipendi, abbiamo dato loro ogni opportunità per costruire un futuro. Quello che non potevamo fornire loro era la volontà di lottare per quel futuro». E una rivendicazione: «Sostengo la mia decisione di ritirare le truppe dall’Afghanistan: dopo vent’anni ho imparato a mie spese che non sembra esserci mai un buon momento per ritirare le forze statunitensi. Non ripeterò gli errori del passato». Le parole di Biden non hanno preso di sorpresa le cancellerie europee, ma ristabilito un concetto che lo stesso Presidente ha messo in chiaro fin dall’inizio del suo mandato: l’epoca degli Stati Uniti leader della coalizione occidentale e padre padrona della NATO è ampiamente conclusa. E dopo gli accordi presi dall’amministrazione Trump lo scorso anno con i talebani, che prevedevano l’addio dell’esercito americano dall’Afghanistan entro il primo maggio di quest’anno, la decisione di oggi di ritirare le truppe non poteva che essere inevitabile.

Il video

Prime delle parole del Presidente Biden, giunte nel pomeriggio di ieri, il silenzio e la confusione hanno regnato sovrane per ore attorno alla grande fuga americana dall’Afghanistan. Un silenzio spezzato solo dalle immagini di disperazione dei civili afghani, molti privi ancora oggi di visto umanitario, impossibilitati quindi a volare negli Stati Uniti e abbandonati da quegli americani per cui avevano lavorato a Kabul e in altre città del Paese, come traduttori o personale di supporto durante la guerra contro il terrore. Immagini che hanno fatto il paio con il tragico video che ha fatto il giro del mondo sui social, proprio dall’aeroporto di Kabul, riscopertosi ultimo avamposto delle diplomazie occidentali in Afghanistan: un aereo militare americano preso d’assalto sulla pista prima del decollo da centinaia di civili in disperata ricerca di salvataggio. Due di loro, rimasti aggrappati sotto l’ala del velivolo, sono caduti al suolo poco dopo il decollo, morendo sul colpo. Facendo tornare alla mente le gelide immagini dei newyorkesi lanciatisi nel vuoto per salvarsi dalle fiamme delle Torri Gemelle l’11 Settembre 2001.

L’Emirato islamico

Mentre il presidente Biden parlava alla nazione a Washington, Kabul concludeva la sua prima giornata sotto il controllo dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, che conta su figure-chiave come Mullah Baradad, fondamentalista, talebano, catturato dalla CIA in Pakistan nel 2010 e liberato dalla prigione americana di massima sicurezza di Guantanamo nel 2018 proprio da Trump, durante i tavoli di negoziazione per l’accordo dello scorso anno. Chi a Kabul è rimasto, o si nasconde per evitare le vendette degli uomini di Baradad o tenta di raggirarne i check-point per raggiungere l’aeroporto, ora unica oasi di salvezza. Una manciata di bambine, riportano i giornalisti ancora sul territorio per raccontare cosa sta succedendo in città, ha tentato l’accesso a a scuola, ieri mattina, senza fortuna: è stato loro negato, preludio della vita che sarà. Di sera invece, scrive su Twitter il reporter Hamid Shalizi dell’agenzia Reuters, a Kabul manca l’energia elettrica quasi ovunque. Dalla strada risuonano i canti stonati dei talebani. Dall’aeroporto giungono sporadici gli spari di mitra, mentre la fuga dell’Occidente inizia a prendere ritmo. Il ritorno del buio per l’Afghanistan di nuovo piegato al terrore. Come vent’anni fa.

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