Birmania: il popolo che protesta ha la sua prima martire

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È morta oggi, dopo dieci giorni in fin di vita, la ragazza di 19 anni colpita alla testa da un proiettile durante una protesta a Naypyidaw

Birmania: il popolo che protesta ha la sua prima martire
© EPA/NARONG SANGNAK

Birmania: il popolo che protesta ha la sua prima martire

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A tre settimane dal golpe, il popolo birmano che rivuole la democrazia ha la sua prima martire: è morta oggi, dopo dieci giorni in fin di vita, la ragazza di 19 anni colpita alla testa da un proiettile durante una protesta a Naypyidaw.

La sua morte rende l’ingiustizia della presa del potere ancora più profonda per il movimento di disobbedienza civile contro l’esercito, che sfida i militari nonostante i crescenti timori di una repressione armata. Mya Thwet Thwet Khine si è spenta oggi in ospedale, dove da subito i medici non le avevano dato speranze.

La ragazza era stata colpita alla testa da un proiettile, sparato mentre lei si riparava dagli idranti; un portavoce dei militari aveva dichiarato che, poco prima, la giovane era in un folla che aveva tirato sassi contro la polizia. Una versione che ovviamente non convince i birmani ostili al colpo di Stato, che da giorni implorano il resto del mondo di proteggerli dalla violenza dell’esercito. In diverse città, intanto, i manifestanti hanno già esposto gigantografie delle sue ferite mortali, elevandola a martire del movimento.

Tra la protesta e l’esercito, in un contesto di manifestazioni quotidiane e forze di sicurezza che intimidiscono i dissidenti, c’è da giorni un sostanziale stallo fitto però di tensione. Dipendenti statali si rifiutano di lavorare, automobilisti rallentano apposta veicoli militari, hacker prendono di mira le aziende controllate dall’esercito, e dimostrazioni vengono organizzate in poco tempo grazie al tam tam dei social media. Se a Yangon la situazione è però calma da giorni, si segnalano crescenti violenze dei soldati in località meno coperte dai media e dalla forte presenza di minoranze etniche, in particolare la città di Myitkyina, nel nord.

E’ una situazione di caos che l’esercito, abituato all’impunità e convinto di essere l’unica istituzione capace di unire un Paese con conflitti attivi fin dall’indipendenza, probabilmente non aveva preventivato. Mentre Aung San Suu Kyi è sotto processo con accuse farsesche (importazione illegale di walkie-talkie a la violazione delle norme di sicurezza per l’emergenza Covid-19) e altre centinaia persone arrestate per aver espresso il proprio dissenso, l’esercito sembra indeciso tra una repressione che distruggerebbe la sua già precaria reputazione e un passo indietro che saprebbe di sconfitta.

Il prolungamento di questa tensione quotidiana rischia in ogni caso di affossare un’economia già duramente provata dalla crisi causata dal coronavirus. Molte aziende straniere hanno già interrotto i legami con i militari, e si prevede un brusco calo degli investimenti stranieri. Le promesse del generale Min Aung Hlaing di tornare al voto alla fine dello stato di emergenza di un anno non convincono. Ma finora le pressioni internazionali non sembrano avere effetto sul nuovo uomo forte della Birmania, e nessuno capisce che tipo di assetto istituzionale ha davvero in mente per il futuro del Paese.

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