«Caro virologo, mangiati un pipistrello e muori»

Pandemia

Secondo un sondaggio di «Nature», durante la pandemia i commenti di troll e gli attacchi personali contro gli scienziati sono all’ordine del giorno - Non sono mancate le minacce di morte e le aggressioni fisiche

 «Caro virologo, mangiati un pipistrello e muori»
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Durante la pandemia medici e virologi davanti alle telecamere e epidemiologi che commentano sui social network sono diventati la norma. Ogni giorno su giornali, in radio e in tv, e soprattutto sul web, gli esperti hanno cercato di dare il loro contributo nella lotta al coronavirus. Ma come ha reagito la gente di fronte a questo bagno di fama degli esperti? Un sondaggio della rivista specializzata «Nature» condotto tra 321 scienziati di diversi Paesi ha cercato di far luce sulle reazioni, spesso negative, con cui alcuni addetti ai lavori hanno dovuto confrontarsi. Non si parla solo di messaggi di odio, ma anche di minacce di morte e, più raramente, di aggressioni fisiche. Sebbene il sondaggio non sia rappresentativo di tutti gli scienziati e non possa rivelare con precisione la portata degli abusi subiti, fornisce uno sguardo su alcune delle esperienze personali di chi ha fornito informazioni pubbliche sulla pandemia. La maggior parte degli scienziati intervistati proveniva dal Regno Unito, dalla Germania e dagli Stati Uniti.

Minacce di morte

Una buona metà degli intervistati ha dichiarato di aver subito «a volte», «spesso» o «sempre», commenti di troll o attacchi personali. Le conseguenze negative della loro presenza sui media sono sfociate in minacce di morte in 47 casi e 6 scienziati hanno affermato di essere stati aggrediti fisicamente. Alcuni di loro hanno segnalato anche e-mail dai toni minatori. Tra le questioni che hanno irritato di più le persone, rivela l’epidemiologo australiano Gideon Meyerowitz-Katz, ci sono le vaccinazioni. Lo scienziato ha ricevuto la maggior parte delle minacce da persone che difendevano il farmaco antiparassitario ivermectina, spacciandolo come presunto rimedio per la COVID-19. «Le persone mi inviano e-mail anonime da strani account, con frasi come ‘Spero che tu muoia’ o ‘Se tu fossi qui, ti sparerei’», ha confessato Meyerowitz-Katz. Tra le questioni più calde, oltre i vaccini, c’è l’origine del coronavirus.

Si teme l’autocensura

Gli esperti temono che i messaggi di odio possano portare gli scienziati all’autocensura su alcuni temi o al non voler parlare in pubblico. Nel sondaggio, le persone colpite da attacchi personali e commenti di troll erano particolarmente propense a dire che tutto ciò aveva un’enorme influenza sulla loro disponibilità a parlare con i media. Secondo gli esperti di comunicazione, non è un fenomeno nuovo, ma la pandemia lo ha ampliato.

Casi eclatanti

Alcuni dei casi più estremi sono noti. Il principale virologo belga, il professor Marc Van Ranst, era finito nel mirino di un militare di estrema destra (poi trovato morto) che lo aveva aspettato fuori dal lavoro con armi e munizioni in auto. Nel Regno Unito, il professor Chris Whitty, è stato aggredito in un parco da un agente immobiliare di 24 anni, mentre a due scienziati tedeschi sono state inviate bottiglie contenenti un liquido trasparente. Sulle etichette era scritto «positivo» e una nota diceva loro di bere il liquido. L’infettivologa Krutika Kuppalli, invece, ha raccontato a «Nature» di aver ricevuto una telefonata a casa con minacce di morte. Infine, la virologa australiana Danielle Anderson, che ha lavorato al Wuhan Institute for Virology, ha ricevuto un’e-mail in cui le dicevano «mangiati un pipistrello e muori».

Esperienze positive

L’esperto di comunicazione Mike Schäfer dell’Università di Zurigo ha sottolineato che gli scienziati dovrebbero esprimersi pubblicamente. Questo è ciò che la maggior parte della popolazione si aspetta da loro, come hanno dimostrato alcuni sondaggi. «E quando lo fanno, devono essere supportati emotivamente, socialmente e, se necessario, anche legalmente». Inoltre, per gli scienziati, non tutto è da buttare: alla domanda sulle esperienze positive dopo le apparizioni sui media, l’83% degli intervistati ha concordato di essere stato in grado di far arrivare il proprio messaggio al pubblico.

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