Cento giorni a Kabul, le promesse tradite dei talebani

Afghanistan

Dopo aver inizialmente promesso un’amministrazione «inclusiva», i fondamentalisti hanno dato vita a un governo senza donne né esponenti delle minoranze: il Paese resta una trama di diritti negati, crisi economica e isolamento internazionale

Cento giorni a Kabul, le promesse tradite dei talebani
© AP/Bram Janssen

Cento giorni a Kabul, le promesse tradite dei talebani

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Le promesse sono rimaste tali. A cento giorni dal ritorno dei talebani a Kabul, occupato il vuoto lasciato dal ritiro degli Stati Uniti al termine della loro guerra più lunga, il nuovo Afghanistan resta una trama di diritti negati, drammatica crisi economica e isolamento internazionale.

Da quel Ferragosto di caos, in cui i sedicenti studenti coranici entrarono senza colpo ferire nei palazzi del potere lasciati vacanti dagli uomini del presidente Ashraf Ghani in fuga e dall’esercito in rotta, il Paese è precipitato in una spirale di nuove violenze e regressione sociale nel nome di un’interpretazione oltranzista dell’islam, con la reimposizione di molti aspetti della legge coranica, la sharia, relegando le donne ai margini della società.

Dopo aver inizialmente promesso la formazione di un «governo inclusivo», a inizio settembre i sedicenti studenti coranici hanno dato vita ad un governo senza donne né esponenti delle minoranze, composto da numerosi ricercati a livello internazionale per terrorismo.

Da allora numerose sono state le denunce di abusi e violenze, mentre in gran parte del Paese alle ragazze viene tuttora negata l’istruzione a partire dalla scuola secondaria. Un’esclusione riproposta anche nel mondo del lavoro, dove la presenza femminile è sempre più ridotta tra chiusure di locali privati e uffici pubblici, come nel caso simbolico della sostituzione del ministero per gli Affari femminili con il ripristino di quello per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Pesantissime sono anche le limitazioni alla libertà di stampa e di espressione, con il dissenso silenziato tra repressione di piazza e agguati.

Una deriva accompagnata dall’isolamento internazionale imposto dagli Usa e dai loro alleati, che dopo aver abbandonato l’Afghanistan hanno sospeso gli aiuti internazionali, che finanziavano tre quarti del bilancio afghano, e congelato le riserve della Banca centrale di Kabul, pari a oltre 9 miliardi di dollari.

Ma se l’Occidente ha ritirato compatto i suoi diplomatici ed escluso ogni riconoscimento, diverso è stato l’approccio delle altre potenze, Cina e Russia in testa, che non hanno mai chiuso le loro ambasciate, trattando direttamente con i talebani e invitandoli a un vertice a Mosca.

Profondissima è anche la situazione di povertà in Afghanistan, dove secondo l’UNICEF un milione di bambini rischia di morire per malnutrizione acuta, mentre l’ONU ha annunciato il raggiungimento dell’obiettivo di raccogliere 606 milioni di dollari di aiuti umanitari entro quest’anno. Una crisi aggravata dal collasso del sistema bancario, con forti limiti ai prelievi anche dopo la ripresa dei pagamenti degli stipendi pubblici annunciata dai mullah.

Un quadro di grave instabilità in cui trova terreno fertile il terrorismo, sullo sfondo della competizione all’interno del campo jihadista con l’Isis-Khorasan, branca locale del sedicente Stato islamico. Numerosi attentati kamikaze hanno provocato in questi cento giorni decine di vittime, prendendo di mira soprattutto la minoranza sciita degli hazara, già duramente perseguitata in passato. E l’ultima esplosione, che ha ferito due talebani, è avvenuta proprio oggi nei pressi di un mercato a Kabul.

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