Chiuso il processo per l’estradizione di Assange: ora si attende il verdetto

gran bretagna

Gli Stati Uniti inseguono senza tregua da oltre 10 anni il fondatore di WikiLeaks, dopo essere stati messi in imbarazzo dalla diffusione di una montagna di documenti segreti, inclusi file del Pentagono su crimini di guerra commessi in Afghanistan e Iraq

Chiuso il processo per l’estradizione di Assange: ora si attende il verdetto
© EPA/Andy Rain

Chiuso il processo per l’estradizione di Assange: ora si attende il verdetto

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Processo d’appello chiuso, è tempo di attesa per verdetto di secondo grado della giustizia britannica sulla contestatissima richiesta di estradizione negli USA di Julian Assange: il 50.enne australiano fondatore di WikiLeaks che Washington insegue senza tregua da oltre 10 anni, dopo essere stata messa in imbarazzo dalla diffusione di una montagna di documenti segreti, inclusi file del Pentagono su crimini di guerra commessi in Afghanistan e Iraq.

Il braccio di ferro giudiziario ha esaurito oggi una nuova fase cruciale, con la seconda e ultima udienza del procedimento, innescato dal ricorso del team legale che rappresenta il governo americano contro il no all’estradizione opposto nel gennaio scorso da una giudice londinese di primo grado alla consegna dell’ex primula russa agli Usa, sulla base di un asserito pericolo di suicidio legato - secondo una perizia - al prevedibile trattamento giudiziario e carcerario. Oltreoceano, il ricercato, accusato di pirateria informatica e addirittura di spionaggio, rischia una condanna monstre di 175 anni di galera.

Ora non resta che attendere la nuova sentenza, prevista orientativamente fra 6-8 settimane: i due giudici d’appello - lord Ian Burnett e lord Timothy Holroyde - si sono peraltro riservati una scadenza, sottolineando a fine audizioni d’avere raccolto dalle due parti «molti elementi su cui riflettere» e lasciando intendere di volersi prendere il tempo necessario.

Nell’udienza finale la difesa dell’attivista australiano, oltre a respingere come «vaghe, condizionate e inattendibili» le rassicurazioni presentate ieri dai rappresentati della parte avversa sul presunto trattamento «umano» che Assange sarebbe destinato a ricevere negli Usa, ha ricordato ancora una volta l’ombra delle recenti rivelazioni sulle intenzioni sinistre nei confronti del loro assistito attribuite alla Cia. Che nel 2017 aveva messo a punto un piano per rapire e finanche assassinare Assange durante la sua permanenza da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Secondo l’avvocato Edward Fitzgerald, è del resto il grave stato psico-fisico attuale ad esporre Julian a rischi concreti di suicidio o di morte, ancor prima delle prevedibili condizioni d’isolamento duro di un’ulteriore detenzione futura.

In caso di conferma del rifiuto dell’estradizione - tutt’altro che scontata dato l’atteggiamento generale della giustizia britannica sul caso - Julian Assange, recluso in attesa di una decisione nel carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh da oltre due anni, pur non avendo alcuna pendenza penale residua da scontare nel Regno Unito o altrove dopo l’archiviazione anche della controversa inchiesta parallela per reati sessuali intentata contro di lui in Svezia e poi caduta nel nulla, dovrebbe essere stavolta scarcerato ipso facto. Un epilogo auspicato a gran voce da attivisti dei diritti umani e suoi familiari, oltre che dai sostenitori riunitisi anche oggi dinanzi al tribunale (con la presenza fra gli altri dell’ex leader laburista britannico Jeremy Corbyn) per invocarne il rilascio in nome della libertà d’informazione. In un contesto nel quale non è mancato il fermo di polizia di un singolo manifestante, accusato di aver cercato di bloccare il traffico.

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