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Brexit: è guerriglia ma May ci crede, 'accordo al 95%'

 
22
ottobre
2018
21:06
ats

LONDRA - L'intesa sulla Brexit per un divorzio concordato fra Londra e Bruxelles è "fatta al 95%". Ma sull'ostacolo residuo - il nodo del futuro status dell'Irlanda del Nord che rischia ancora di far saltare tutto - una soluzione continua a non esserci.

È questo, sfrondato dagli orpelli del politichese, il messaggio consegnato oggi da Theresa May ai Comuni in un ennesimo aggiornamento sulle prospettive negoziali con l'Ue: messaggio che arriva pochi giorni dopo l'ultimo (interlocutorio) summit europeo e a cui fa da sfondo un clima sempre più aspro di divisioni nel Paese, oltre che di guerriglia contro la premier Tory fra i ranghi del suo stesso partito.

Uno scenario perennemente in bilico, ma attraverso il quale May si ostina a guardare al bicchiere mezzo pieno. Consapevole che per la sua sopravvivenza al potere non c'è altro da fare se non proseguire sulla strada stretta della scommessa d'un accordo di compromesso finale. Le questioni risolte, elenca, sono molte, dai rapporti con l'Ue su difesa e sicurezza, allo status di Cipro e di Gibilterra, alla tutela dei "diritti dei cittadini".

Mentre sul dossier irlandese premette che il ritorno a un confine "hard" Dublino-Belfast non ci sarà in nessun caso. Ma insiste sul suo 'no' al meccanismo di garanzia preteso da Bruxelles (il cosiddetto backstop) se questo fosse a tempo indeterminato e prevedesse un regime doganale diverso fra l'Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito: "Non credo che nessun primo ministro britannico lo potrebbe mai accettare, e certo non l'accetterò io", taglia corto.

Quanto alla proposta di un'estensione del periodo della transizione post Brexit oltre la scadenza delineata finora del dicembre 2020, puntualizza di non averla chiesta e di "non volerla" se non come "un'alternativa al backstop", per dare più tempo ai negoziati sulle relazioni future in vista di un accordo definitivo che il suo governo confida possa sancire la nascita di un non meglio precisato "spazio doganale" comune fra i 27 e l'intero Regno.

Detto questo la premier esclude alcun ripensamento sulla Brexit. E contrappone alle invocazioni dei 700'000 scesi in piazza sabato a Londra in favore d'un referendum bis, il volere degli oltre 17 milioni che nel 2016 diedero mandato di lasciare l'Ue. Perché - spiega - "il popolo ha già votato e ha votato Leave. E quando il popolo vota i politici eseguono, non gli chiedono di votare meglio".

Sottolineature che del resto non spengono le contestazioni né le inquietudini diffuse. Da un lato quelle delle opposizioni, col leader laburista Jeremy Corbyn che accusa il governo d'essere prigioniero delle sue divisioni, "incapace allo stato terminale" e intenzionato a offrire al massimo la scelta fra un cattivo accordo e "un disastroso no deal". Dall'altro quelle delle varie fazioni Tory: dai più moderati, che rifiutano l'idea di un voto 'prendere o lasciare' in Parlamento sul risultato dei negoziati e si uniscono in parte alle file di chi sogna un secondo referendum; fino ai brexiteers radicali, che di transizione prolungata, fosse anche di pochi mesi in più, non vogliono nemmeno sentir parlare. L'atmosfera è talmente pesante che alcuni anonimi deputati conservatori ultrà si spingono a scatenare una bufera di polemiche evocando a mezzo stampa l'orizzonte di una "killing zone" per la leadership del primo ministro, con immagini di "accoltellamenti" e di "cappi".

Mentre Peter Dowd, del Labour, ironizza a modo suo sull'ostentato ottimismo di May: "Anche il Titanic - l'avverte - aveva completato il 95% del suo viaggio" quando affondò.

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