Fino a 30 anni di carcere per le jihadiste di Notre-Dame

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A oltre tre anni da quel 4 settembre 2016, sono state condannate le cinque donne responsabili dell’attentato, sventato, con un’auto piena di bombole a gas nei pressi della cattedrale

Fino a 30 anni di carcere per le jihadiste di Notre-Dame
© EPA/Christophe Petit

Fino a 30 anni di carcere per le jihadiste di Notre-Dame

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Erano considerate come il «volto femminile» della jihad in Francia. A oltre tre anni da quel 4 settembre 2016, sono state condannate le cinque donne jihadiste responsabili dell’attentato, sventato, con un’auto piena di bombole a gas nei pressi della cattedrale di Notre-Dame a Parigi.

Due di loro, Inès Madani e Ornella Gilligman, dovranno scontare rispettivamente 25 e 30 anni di carcere. Altre due complici 20 anni e una terza 5 anni. Per uno degli avvocati generali del processo, il commando era divenuto «il volto femminile della jihad francese» oltre che il «braccio armato» dell’Isis, mosso dalla ferma «volontà di uccidere».

Al momento del verdetto, Inès Madani è rimasta impassibile mentre Ornella Gilligmann, madre di 3 bambini è scoppiata in lacrime. Secondo il legale della Madani, Laurent Pasquet-Marinacce, quella incorsa dalla sua assistita è una «pena eccessivamente severa», vista anche la sua «fragilità psicologica». «E’ una sentenza che mira a dare l’esempio, sconnessa dalla personalità di questa giovane donna e dalla gravità dei fatti», ha deplorato, ricordando che a Notre-Dame non ci furono morti né feriti.

Le condanne pronunciate dalla corte d’assise speciale di Parigi corrispondono alle richieste della procura. Quattro delle cinque donne rischiavano l’ergastolo. Tra le accuse, quella di aver tentato di perpetrare atti terroristici seguendo le indicazioni di Rachid Kassim, uno strizzacervelli dell’Isis, probabilmente morto in Iraq.

Nella notte tra il 3 e il 4 settembre 2016, Inès Madani e Ornella Gilligmann tentarono di far esplodere un’auto carica di bombole a gas dinanzi ad alcuni ristoranti nei pressi di Notre-Dame. Soltanto la scelta erronea della benzina usata per appiccare il fuoco ha scongiurato l’esplosione.

Secondo i giudici, le attentatrici puntavano ad una «carneficina». Dopo l’attentato sventato, Ornella Gilligmann venne fermata, il 6 settembre, nel sud della Francia. Su consiglio di Rachid Kassim, Inès Madani trovò invece rifugio da un’altra donna, Amel Sakaou. Le due furono raggiunte da Sarah Hervouët, la quarta pedina del commando pilotato a distanza sulle chat criptate di Kassim.

Sapendosi braccate, le tre donne uscirono dal covo l’8 settembre, armate con coltelli da cucina. Nel parcheggio, Sarah Hervouët colpì a pugnalate un agente in borghese. Mentre la Madani fu ferita alle gambe dal fuoco della polizia. Nella sentenza di ieri sera Sarah Hervouët è stata condannata a 20 anni, come anche Amel Sakaou, che ha rifiutato di assistere al processo.

Condannata a cinque anni con la condizionale la quinta ed ultima donna, Samia Chalel, accusata di aver aiutato la Madani a trovare un nascondiglio dopo lo sventato attacco. Del commando è l’unica ad aver sorriso alla decisione dei giudici. Prima del verdetto che ha chiuso tre settimane di processo, Inès Madani ha pronunciato una sorta di mea culpa. E’ stato «il peggiore dei comportamenti. All’epoca avevo solo progetti di morte. Oggi ho dei progetti di vita». «Vergogna» è stata espressa anche da Ornella Gilligmann. «Chiedo perdono e chiederò sempre perdono per tutta la mia vita a tutti coloro che sono rimasti vittima del terrorismo».

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