Hong Kong, i manifestanti invocano l’aiuto di Londra

TENSIONI

Diverse centinaia di persone si sono radunate davanti al consolato britannico nel 15. weekend di proteste, culminato con gli scontri con la polizia - LE FOTO

Hong Kong, i manifestanti invocano l’aiuto di Londra
Foto Keystone

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Dopo la richiesta di aiuto agli Stati Uniti di Donald Trump, gli attivisti di Hong Kong si sono appellati alla Gran Bretagna e a Sua Maestà Elisabetta II in un altro week-end di proteste - il 15esimo di fila - e di scontri con la polizia tra lacrimogeni e molotov. La novità sono i tafferugli tra le fazioni pro e contro i governi locale e di Pechino.

Diverse centinaia di manifestanti si sono radunati davanti al consolato britannico, all’Admiralty, chiedendo a gran voce il sostegno della comunità internazionale alla loro mobilitazione per le riforme democratiche, ma anche una svolta da parte di Londra sul «salvataggio» della città. Tra lo sventolio della Union Jack, la bandiera britannica, hanno cantato l’inno nazionale (’God Save the Queen’) e chiesto l’aiuto della regina dopo la morte del modello ‘un Paese, due sistemi’, lo schema definito per il passaggio dell’ex colonia da Londra a Pechino.

«La dichiarazione congiunta sino-britannica promette a Hong Kong lo stato di diritto e la libertà dopo la restituzione, ma ora anche la nostra sicurezza personale è a rischio - ha denunciato l’organizzatore dell’evento, Dawn Law -. Il governo britannico prenda iniziative immediate e ci protegga».

C’è la richiesta a Londra di cambiare il passaporto British National Overseas (Bno), rilasciato ai residenti dell’ex colonia senza legami con il passaggio del 1997: dà accesso alla Gran Bretagna, ma non la residenza. La scorsa settimana, circa 130 parlamentari dei Comuni hanno firmato una lettera inviata al ministro degli Esteri Dominic Raab sollecitando gli Stati del Commonwealth a dare la seconda cittadinanza ai residenti di Hong Kong.

Finito il sit-in al consolato, in migliaia, in gran parte vestiti di nero, hanno sfidato il divieto di manifestazione della polizia, partecipando alla marcia pro-democrazia partita dall’area dello shopping di Causeway Bay e diretta verso Central, la zona delle sedi governative e istituzionali. Per la seconda settimana consecutiva, il Civil Human Rights Front, il gruppo di attivisti delle mobilitazioni pacifiche di massa, s’è visto negare il nulla osta per i timori di violenze, considerando quanto accaduto lo scorso fine settimana.

Le proteste - partite a giugno contro la controversa legge sulle estradizioni in Cina, ritirata ufficialmente a inizio mese dalla governatrice Carrie Lam - si sono trasformate nella lotta per le riforme, nella richiesta di indagini contro l’operato violento della polizia e di maggiore autonomia dalla Cina.

Gli agenti, in tenuta antisommossa, hanno usato lacrimogeni e cannoni ad acqua all’Admiralty per disperdere la folla dopo il lancio di diverse molotov e i danni causati alle vetrate esterne delle fermate centrali della metropolitana. In serata, dopo i tafferugli di sabato, i gruppi pro e contro Pechino si sono affrontati senza la segnalazione di conseguenze di rilievo.

A Pechino, intanto, sale l’irritazione per le rivolte quando la capitale è blindata ed è attraversata da carri armati e mezzi pesanti per la parata militare dell’1° ottobre sui 70 anni della fondazione della Repubblica popolare di Cina. I media ufficiali hanno rimarcato come i prezzi immobiliari esorbitanti siano tra le cause del malcontento sociale, puntando il dito contro la «voracità» dei grandi gruppi dell’ex colonia britannica.

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