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La ragazza saudita accolta in Canada

Il Paese darà casa a Rahaf Mohammed Alqunun e spalancherà le porte ad oltre un milione di nuovi residenti permanenti nei prossimi tre anni

La ragazza saudita accolta in Canada
(AP Photo)

La ragazza saudita accolta in Canada

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WASHINGTON - Il Canada del primo ministro Justin Trudeau continua a essere un esempio di accoglienza e ospitalità per immigrati e rifugiati, in contrasto con gli Usa del presidente Donald Trump e vari Paesi europei. Ottawa ha deciso infatti di ospitare Rahaf Mohammed Alqunun, la 18enne saudita fuggita in Thailandia dal suo paese e dalla sua famiglia, e di spalancare le porte ad oltre un milione di nuovi residenti permanenti nei prossimi tre anni, vale a dire quasi l’1% della popolazione del Paese ogni anno. Il Canada mantiene da anni questa politica di apertura ma Trudeau l’ha accentuata anche mediaticamente dopo la linea dura del tycoon, sin da quando offrì soggiorno temporaneo a tutte le persone a cui era stato rifiutato l’ingresso negli Usa a causa del bando contro i Paesi islamici. «A coloro che scappano da persecuzione, terrore e guerra, i canadesi vi accoglieranno, a prescindere dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza. #WelcometoCanada», aveva twittato.

Anche Rafah scappa, dall’Arabia Saudita, nel timore di essere uccisa dalla sua famiglia dopo aver abiurato l’Islam, denunciato abusi fisici e psicologici, e rivendicato una libertà che nel suo Paese è negata alle donne. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) le ha riconosciuto ora tale status e il Canada, dove arriverà domani, le ha concesso l’asilo. Un’offerta che avevano fatto altri sette Paesi, tra cui l’Australia. Il lieto fine arriva dopo un’odissea di una settimana durante la quale la ragazza ha usato molto efficacemente i social media per raccontare in diretta quello che le stava succedendo, amplificando così il suo caso a livello internazionale. Rafah si era imbarcata di nascosto per Bangkok dal Kuwait, dove era in vacanza con la famiglia, ma nella capitale thailandese le era stato ritirato il passaporto e rischiava di essere rimpatriata. Grazie ai suoi tweet, che avevano alimentato una campagna con l’hashtag #SaveRahaf, e al sostegno dell’Onu, è riuscita a guadagnarsi la libertà. La giovane ha inoltre riacceso i riflettori sulle condizioni femminili in Arabia Saudita, dove le donne devono ottenere un permesso da un tutore maschile per viaggiare all’estero, sposarsi, talvolta anche per lavorare, e sull’ambiguità della Thailandia, che non ha mai ratificato la Convenzione Onu del 1951 sui rifugiati e dove dal 2014 è al governo una giunta militare spesso disponibile ad accontentare le richieste di regimi autoritari.

La notizia di Rafah è stata preceduta dall’annuncio che il parlamento di Ottawa ha intenzione di aggiungere oltre un milione di nuovi residenti permanenti nei prossimi tre anni: 350’000 quest’anno, altri 360’000 nel 2020 e ulteriori 370’000 nel 2021. «È grazie in gran parte ai nuovi arrivati che abbiamo accolto in tutta la nostra storia che il Canada si è trasformato nel Paese forte e vivace di cui tutti godiamo oggi», ha spiegato Ahmed Hussen, ministro canadese per l’immigrazione, i rifugiati e la cittadinanza. Hussen, lui stesso un immigrato dalla Somalia, ha detto che l’afflusso contribuirà a compensare l’invecchiamento della popolazione canadese e il calo del tasso di natalità, aumentando nel contempo la forza lavoro del Paese. Il ministro ha promesso anche uno stanziamento di 5,6 milioni di dollari per sostenere iniziative di reinsediamento globale dei rifugiati.

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