L'ira di Obama: Erdogan è una delusione

Dopo che Ankara ha accusato gli Stati Uniti di essersi posta dietro al fallito colpo di Stato in Turchia

L'ira di Obama: Erdogan è una delusione
Il presidente USA Barack Obama non ha digerito le accuse del suo omologo turco Recep Erdogan.

L'ira di Obama: Erdogan è una delusione

Il presidente USA Barack Obama non ha digerito le accuse del suo omologo turco Recep Erdogan.

NEW YORK - Tra le mura della Casa Bianca in queste ore Barack Obama non nasconde la sua rabbia verso Ankara, che ora accusa gli Usa di essere dietro al fallito colpo di Stato in Turchia. E non nasconde la sua profonda preoccupazione per il deterioramento delle relazioni con un alleato chiave degli Stati Uniti, il cui ruolo è centrale soprattutto nella lotta all'Isis.

Da anni i rapporti tra il presidente americano e Recep Tayyip Erdogan sono tesi, da quando dopo la stagione delle primavere arabe il leader turco ha impresso una svolta autoritaria all'azione di governo, limitando la libertà di stampa e di espressione e mettendo in atto una persecuzione senza precedenti contro gli oppositori politici. Una repressione più volte denunciata - spiegano fonti dell'amministrazione Usa - nei colloqui privati tra i due presidenti. Ma che Obama ha preferito per molto tempo tenere sotto traccia, per paura di mettere a repentaglio la collaborazione con un partner della Nato più che mai fondamentale in questa fase storica.

Ora che i rapporti tra Washington e Ankara rischiano di finire definitivamente in rotta di collisione, la delusione di Obama è enorme, raccontano nel suo entourage. Il presidente americano, fin dalla sua elezione nel 2008, aveva creduto in Erdogan. Aveva visto in lui - nonostante i critici - il modello di un leader musulmano moderno, democratico, capace di favorire la non facile stabilizzazione di un Medio Oriente da troppo tempo polveriera del mondo. Nel 2011 in un'intervista al Time indicava il presidente turco come uno dei cinque leader mondiali con cui aveva rapporti più stretti, insieme ad Angela Merkel o a David Cameron.

Oggi il presidente americano tra i suoi più stretti collaboratori non nasconde tutta la frustrazione per quello che molti definiscono un grave errore di valutazione. Una valutazione sbagliata di cui Obama si è reso conto da tempo. Anche di fronte ai crescenti dissapori su come portare avanti la lotta all'Isis o attorno al sostegno di Erdogan a gruppi invisi a Washington come Hamas o i Fratelli Musulmani.

Così in aprile, in occasione del summit nucleare, Obama negò un passaggio di Erdogan nello Studio Ovale. La goccia che ha fatto traboccare il vaso nei rapporti tra i due leader. E una situazione che ricorda, pur con le debite differenze, i contrasti tra Obama e Benyamin Netanyahu, dove alle differenze politiche si sommano anche diffidenza, differenza di carattere e incomprensioni personali.

Eppure la Casa Bianca deve continuare a fare i conti con un alleato diventato sempre più scomodo. Perché il ruolo della Turchia - da dove parte gran parte dei raid contro l'Isis - è fondamentale nella soluzione della crisi in Siria e nella lotta allo Stato islamico. E la strategia Obama potrebbe rischiare il fallimento totale se oltre alle difficoltà nelle relazioni con l'Arabia Saudita si aggiungesse un disimpegno di Ankara. Il pericolo è il cedimento di due pilastri portanti della grande coalizione internazionale. Un problema anche per Hillary Clinton, che si propone in continuità con la strategia Obama.

Il compito della diplomazia Usa, guidata da John Kerry, non è dunque semplice. Anche perché la Turchia è stata finora uno degli alleati più riluttanti nella lotta all'Isis, con Erdogan impaziente di fronte a un Obama considerato troppo cauto in Siria, dove il leader turco vorrebbe un'azione decisa per abbattere il regime di Bashar al Assad. A rendere più complicato il quadro anche il continuo puntare i piedi da parte della Turchia verso due mosse per gli Usa fondamentali per sconfiggere l'Isis: appoggiare i ribelli curdi che Erdogan considera invece dei terroristi, e sigillare il confine tra Tuchia e Siria da cui passano molti dei foreign fighter intenzionati a promuovere atti terroristici in Occidente.

Il quadro non fa ben sperare, commentano molti analisti americani. E le previsioni sono quelle di rapporti sempre più tesi tra Washington e Ankara negli ultimi mesi della presidenza Obama, quando - commentano in molti osservatori - è facile prevedere che Erdogan sfrutterà il golpe fallito per accentuare il carattere repressivo del suo governo. E per alzare i toni anche verso gli alleati, a partire dagli Usa.

©CdT.ch - Riproduzione riservata
Ultime notizie: Cronaca
  • 1