«Mi chiamarono all’una di notte per gridarmi ‘‘muori’’»

Il caso

Secondo un sondaggio della rivista «Nature» diversi scienziati, durante la pandemia, hanno dovuto fare i conti con messaggi di odio, minacce e perfino aggressioni – La testimonianza di Fabrizio Pregliasco – L’Ufficio del medico cantonale: «Nella maggior parte dei casi prevale il rispetto reciproco»

«Mi chiamarono all’una di notte per gridarmi ‘‘muori’’»
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Ah, la pandemia. Per alcuni, si è trasformata presto in infodemia. O se preferite nel presenzialismo. Medici, virologi, epidemiologi e via discorrendo, proprio loro. Ogni giorno sui giornali, alla radio o in televisione o, ancora, su social e portali. Un esercito di esperti, che ci ha tenuto e ci tiene tuttora compagnia. E, soprattutto, che ha dato e continua a dare un contributo nella lotta al coronavirus. Non tutti, però, hanno apprezzato. C’è chi si è stancato, chi ha cominciato a dubitare, chi si è arrabbiato. Secondo un sondaggio della rivista specializzata «Nature», condotto tra 321 scienziati di diversi Paesi, diversi scienziati hanno dovuto fare i conti con messaggi di odio, minacce di morte e, sebbene raramente, aggressioni fisiche. Un calderone di problematiche, già.

Ci siamo rivolti al noto virologo italiano Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, oltre che ricercatore in Igiene Generale e applicata all’Università degli Studi di Milano, per capirne di più. «Beh, personalmente ho dovuto chiamare la Digos per delle minacce di morte» afferma il nostro interlocutore. «E il mio numero di cellulare è stato inserito in quella famosa chat Telegram, poi chiusa. Da quel momento, ho ricevuto una quantità imprecisata di telefonate giorno e notte: un episodio divertente, se così si può definire, è stato quando mi hanno gridato “merdaccia” al telefono all’una di notte. Mi hanno ricordato Fantozzi. L’identità delle altre telefonate era, ed è, completamente diversa. La maggior parte delle persone mi grida “muori” e mi consiglia metodi alternativi per raggiungere più velocemente l’altro mondo. I miei profili social sono un monumento agli insulti, oltretutto pubblico raramente questioni che riguardano la COVID-19 per evitare di fomentare odio. A volte posto informazioni che riguardano la mia associazione, che niente ha a che vedere con la pandemia. Nonostante ciò, i commenti fuori tema e con riferimenti al virus non mancano. E io mi becco sempre del “bastardo”».

Pregliasco si spinge oltre: «Spero che almeno queste persone siano contente di scaricare la rabbia per le incertezze, le insicurezze e i dubbi vedendoci come capri espiatori, anche se il vero nemico è il virus. Però è spiacevole mettere in evidenzia questo. Spero anche che la gran parte di queste persone siano leoni da tastiera, anche se non escludo di poter ricevere uno schiaffo in faccia da uno psicolabile che mi incrocia per strada».

«Oltre alle ondate epidemiche, c’è stata polemica su tutte le varie questioni» chiosa il virologo. «Tutte le cose sono state vissute con grande intensità, come la mancanza di tamponi, di vaccini, il lockdown, il green pass mentre il caso del Pio Albergo Trivulzio, di cui mi sono occupato, ha creato timori che tutte le RSA (residenze sanitarie assistenziali, ndr) uccidessero le persone. Momenti acuti, questi, che hanno in qualche modo rigurgitato negatività soprattutto rispetto alla negazione che aleggia sull’argomento».


E in Ticino, come la mettiamo? Abbiamo chiesto un parere al dottor Christian Garzoni, fra i medici più «mediatizzati» (se ci concedete l’espressione) di quest’ultimo periodo. Il diretto interessato, tuttavia, ha preferito glissare. Dall’Ufficio del medico cantonale, per contro, ci hanno risposto che, in generale, «si è osservato che il medico cantonale – come ogni persona che riveste una carica pubblica – è stato ed è confrontato con molteplici opinioni e modalità di espressione, che talvolta superano i parametri del rispetto e della convivenza civile entro i quali dovrebbe sempre mantenersi il dibattito pubblico, che fa “parte del gioco”». E ancora: «La popolazione è confrontata da ormai più di un anno con una situazione che mette tutti a dura prova ed è quindi comprensibile riscontrare in generale più nervosismo. Ci preme comunque sottolineare che lo scambio di vedute basate sul rispetto reciproco resta comunque (e ampiamente) quello maggiormente presente».

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