Scagionato dopo 22 anni, la madre della vittima trova il killer

USA

L’uomo era in carcere con l’accusa di aver stuprato e ucciso un’amica, nonostante avesse proclamato la sua innocenza e il suo Dna non coincidesse con quello del presunto aggressore

Scagionato dopo 22 anni, la madre della vittima trova il killer
(Foto Keystone)

Scagionato dopo 22 anni, la madre della vittima trova il killer

(Foto Keystone)

WASHINGTON - Un uomo negli Stati Uniti è stato scagionato dopo 22 anni di carcere dall’accusa di aver stuprato e ucciso un’amica, nonostante avesse proclamato la sua innocenza e il suo Dna non coincidesse con quello del presunto aggressore, grazie alla diffidenza della madre della vittima e ad una nuova tecnica forense che confronta il Dna con il database genealogico.

Protagonista di questo processo kafkiano un uomo di Idaho Falls, Idaho, all’epoca dei fatti ventenne. Era il 13 giugno del 1996 quando una 18enne fu violentata e uccisa con un coltello nel suo appartamento. Dopo un anno il crimine era ancora irrisolto, quando un amico della ragazza fu arrestato per un altro stupro, anch’esso commesso con la minaccia di un coltello. La polizia pensò che potesse essere l’autore dell’omicidio e interrogò il 20enne, che era un suo amico, per saperne qualcosa di più. Ma ad un certo punto lo stesso giovane si ritrovò nei panni del sospettato. «Gli agenti lo minacciarono con la pena di morte e gli dissero che se avesse detto ciò che volevano sentire gli avrebbero garantito l’immunità», ha raccontato ai media Vanessa Potkin, direttrice di Innocence Project, una organizzazione che aiuta persone ritenute ingiustamente condannate ad essere scagionate e alla quale si è rivolta la madre della vittima.

Il 20enne finì in carcere e inizialmente disse di non sapere nulla ma poi confessò, dopo che lo misero sotto torchio per 30 ore. L’accusa chiese la pena di morte ma nel 1998 fu condannato all’ergastolo, anche se il suo Dna non combaciava. Bastarono il suo interrogatorio auto accusatorio e la testimonianza di una donna che disse di averlo sentito parlare del delitto ad una festa. Ma la madre della vittima non fu convinta da quella sentenza. Per questo a distanza di tempo chiese i nastri della registrazione degli interrogatori e li ascoltò ripetutamente, ricavandone l’impressione di una pressione psicologica. Nel 2014 contattò un esperto di false confessioni e Innocence Project, che ottenne una nuova prova del Dna.

L’esito fu assurdo: l’imputato venne scagionato dallo stupro ma non dall’omicidio, pur tornando in libertà per la detenzione già scontata. La madre insistette e si rivolse a Cece Moore, un genealogista che riuscì a creare un profilo Dna da un campione degradato e identificò diversi parenti in un database, portando all’individuazione di un uomo che all’epoca dei fatti viveva di fronte alla casa della vittima. Dopo la conferma del Dna, l’uomo è stato arrestato e ha confessato non solo di aver agito da solo ma di non conoscere l’allora 20enne. Nel frattempo la testimone aveva confidato alla madre della vittima che aveva mentito su pressione della polizia.

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