Cura monoclonale contro il coronaviurs, la Germania fa da apripista

Europa

Il trattamento sperimentale a base di anticorpi affiancherà la somministrazione dei vaccini - La cura è già utilizzata negli Stati Uniti - I costi sono però molto elevati

Cura monoclonale contro il coronaviurs, la Germania fa da apripista
©Tyger Williams/The Philadelphia Inquirer via AP

Cura monoclonale contro il coronaviurs, la Germania fa da apripista

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Mentre nei Paesi europei i piani vaccinali si sono ritrovati da un momento all’altro ad arrancare per colpa dei ritardi delle case farmaceutiche nelle consegne delle dosi, si fa sempre più strada nel Vecchio Continente l’idea di affiancare a quella dei vaccini anche un’altra arma, finora rimasta in secondo piano, anche per i costi elevati: gli anticorpi monoclonali.

Apripista sarà la Germania che si prepara a diventare il primo Paese dell’Unione europea che utilizzerà il trattamento sperimentale a base di anticorpi già approvato tra gli altri dagli Stati Uniti. Si tratta della cura che era stata somministrata all’ex presidente americano Donald Trump per tirarlo fuori in tempi da record dalla sua infezione di Covid-19, che l’aveva costretto al ricovero e a un breve stop della campagna elettorale per le presidenziali.

Il costo per il momento sembrerebbe tuttavia proibitivo per un uso su larga scala di questa terapia. Berlino ha comprato 200.000 dosi per una spesa di 400 milioni di euro, ha annunciato il ministro della Salute Jens Spahn. Si parla dunque di un prezzo pari a 2.000 euro a dose. Il cocktail di anticorpi sarà utilizzato negli ospedali universitari tedeschi a partire dalla prossima settimana.

Anche l’Italia peraltro esplora questa possibilità terapeutica. Venerdì l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha pubblicato un bando per lo studio clinico di questa cura, che dalle prime indicazioni sembrerebbe funzionare soprattutto sui pazienti allo stadio iniziale della malattia e eviterebbe le complicazioni gravi. I tempi non si preannunciano brevissimi: lo studio dovrà durare non più di un anno e le proposte dovranno essere inviate entro il primo febbraio. Allo stato attuale, sono numerosi i progetti in corso: uno di questi è in fase di sviluppo in Italia, portato avanti dalla Toscana Life Sciences.

Sul fronte caldo dei vaccini prosegue intanto il braccio di ferro con le case farmaceutiche perché consegnino nei tempi previsti le dosi promesse. Su queste quantità gli Stati hanno costruito i loro programmi di vaccinazione e ora si trovano spiazzati. Dopo i ritardi annunciati da Pfizer e da AstraZeneca alcuni Paesi europei prevedono addirittura fino all’80% di consegne in meno del previsto. Una situazione che ha suscitato «profondo malcontento» da parte della Commissione Europea e dei suoi Stati membri. L’Ue intende dunque «fare rispettare i contratti firmati», se necessario anche ricorrendo a mezzi legali, ha ammonito il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ribadito che l’Italia eserciterà «tutta la pressione che serve».

Fuori dai confini dell’Unione europea sulle vaccinazioni c’è però chi sembra correre a vele spiegate. E’ il caso ad esempio di Israele che dopo avere già coperto un quarto della popolazione ha già iniziato a vaccinare pure gli adolescenti. Anche se pure lì i casi sono ancora troppi e la paura delle nuove varianti resta alta. Tanto da far scattare la chiusura dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv a tutti i voli in arrivo e partenza per una settimana. Negli Stati Uniti le persone che hanno ricevuto la prima dose sono salite invece a 17,4 milioni, il 5,2% della popolazione mentre il Paese registra oltre 25 milioni di casi da inizio pandemia.

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