Da eroe, «sindaco d’America», al lavoro sporco per il tycoon

il personaggio

La parabola di Rudy Giuliani, che fu «sceriffo di New York», stoico di fronte agli attacchi del 2001, e che oggi grida al complotto ai danni dell’amico Donald

Da eroe, «sindaco d’America», al lavoro sporco per il tycoon
©EPA/JIM LO SCALZO

Da eroe, «sindaco d’America», al lavoro sporco per il tycoon

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Patetico, imbarazzante, inguardabile. Addirittura per qualcuno un clown, giullare dell’ormai pericolante corte di Donald Trump. Gli epiteti verso Rudy Giuliani, sui media e sui social media, in queste ore si sprecano.

Per non parlare delle ironie sulla presunta tinta per capelli che, sotto i riflettori delle tv, gli colava sul viso durante l’ultima conferenza stampa, quella per convincere gli americani che le elezioni presidenziali sono state truccate e che Joe Biden non ha vinto.

Accuse - attaccano i detrattori - non sostenute da prove, sorrette solamente da una serie di teorie del complotto: come quella che dietro ai brogli ci siano la mafia, i Clinton, i gruppi Antifa e addirittura il defunto leader venezuelano Hugo Chavez.

Eppure Giuliani, 76 anni, padre e madre di origini italiane, tre mogli e due figli, nelle sue mille vite ha vissuto veri momenti di gloria. Dopo una carriera di avvocato e da procuratore newyorchese, è stato lui lo ‘sceriffo di New York’ che nella seconda metà degli anni ‘90 ha ripulito le strade della Grande Mela dal crimine, usando pugno duro e tolleranza zero verso ogni tipo di reato.

Quel ‘law and order’, insomma, che tanto piace a Trump. Poi nei suoi ultimi mesi da primo cittadino arrivò l’11 settembre, e fu incoronato ‘sindaco d’America’, simbolo di un Paese che resisteva e che non avrebbe mai ceduto davanti alla barbarie del terrorismo. Fu quello l’apice della sua popolarità. Poi una parabola discendente.

A rimetterlo in pista ci pensò proprio Trump, che ne ha fatto uno dei suoi consiglieri più fidati oltre che uno dei suoi legali personali. Nel 2016 l’amico Donald per un attimo lo prese in considerazione anche per la poltrona di segretario di Stato.

Ma era un altro il ruolo da affidare a Rudy, anche pagandolo a peso d’oro: essere il braccio operativo del tycoon, quello che agisce nell’ombra, dietro le quinte, che sbriga il lavoro sporco, come emerso nella sordida vicenda dell’Ucrainagate e come sta avvenendo in questi giorni con l’improbabile crociata legale per sovvertire il voto negli Stati chiave persi da Trump.

Il modo di procedere spesso incauto, confuso e bizzarro di Giuliani ha però finito per trasformarsi in un boomerang, con una serie di sconfitte legali e gaffe impressionanti collezionate negli ultimi tempi: dalla conferenza stampa in un parcheggio prenotato per sbaglio dai suoi uomini che pensavano di aver preso una sala al Four Seasons, alla sua prima apparizione in un tribunale dal 1992 per sostenere l’illegittimità del voto in Pennsylvania, trasformatasi in una debacle. Così come nel nulla sono finite le cause legali intentate in Michigan, Wisconsin, Arizona.

Ora la tegola finale per la sua immagine potrebbe essere quel rivolo di sudore colorato che scivola sulla guancia sudata, scena divenuta virale su tutti i social, per molti una maschera tragica simbolo della fine di un’era. «Non è la tinta dei capelli, non farebbe mai quello scherzo», azzarda sulle pagine del New York Times un famoso coiffeur di Manhattan che non ha dubbi: «E’ mascara incautamente spalmato sul grigio delle basette».

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