Delta e Delta Plus, dobbiamo avere paura?

Lotta alla pandemia

Contagiosità, distribuzione, copertura dei vaccini: ecco tutto quello che c’è da sapere

Delta e Delta Plus, dobbiamo avere paura?
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Ma quanto è contagiosa la variante Delta? E la Delta Plus? E ancora: è pericolosa? Basta una dose di vaccino per essere (e sentirsi) protetti? L’ex variante indiana, la scorsa primavera, sembrava qualcosa di lontano. Remoto, ecco. Aveva a che fare con l’India e con il vertiginoso aumento di casi registrato la scorsa primavera. Tuttavia, questo maledetto virus ci ha insegnato a riconsiderare le distanze. Tant’è che, ad aprile, la Delta è sbarcata nel Regno Unito. Il tutto mentre il governo britannico stava procedendo alle prime riaperture, in particolare le terrazze dei pub che tanto erano mancate. L’intensa ed estesa campagna vaccinale varata da Boris Johnson, quantomeno, ha evitato la terza ondata. O, se preferite, l’ha attutita. In ogni caso, il 90% di nuovi contagi nel Paese è riconducibile alla variante Delta. E altrove, come vanno le cose? Un dato su tutti: questa mutazione è presente in 80 nazioni.

Avanti con i vaccini

La Delta (B.1.617.2) generalmente è considerata più contagiosa rispetto all’ex inglese (Alpha, B.1.1.7). Oltre il 60% più contagiosa, secondo gli ultimi dati. Questo spiegherebbe il suo successo in Paesi come il Nepal e nel sudest asiatico. Soprattutto, la Delta sembrerebbe capace di aggirare le difese sviluppate grazie ai vaccini. Quantomeno se parliamo di prima dose: un’iniezione di Pfizer o AstraZeneca riduce il rischio di contrarre la malattia in forma sintomatica del 30%. L’efficacia, per fortuna, migliora con l’immunizzazione completa: siamo al 60% con AstraZeneca e al 90% con Pfizer. Christoph Berger, presidente della Commissione federale per le vaccinazioni, recentemente ha rassicurato la popolazione in merito: «La variante Delta è sicuramente più contagiosa di altre, ma le persone che hanno ricevuto entrambe le dosi di un vaccino a mRNA (quelli disponibili in Svizzera, ndr.) hanno una protezione pari al 90%». Per questo è essenziale completare il ciclo vaccinale e, di nuovo, per questo la variante prolifera laddove la percentuale di popolazione immunizzata è bassa.

Più ricoveri? Non proprio

Detto ciò, se è vero che le persone contagiate dalla Delta corrono un rischio due volte più alto di essere ricoverati in ospedale rispetto a chi viene colpito dalla variante Alpha, è altrettanto vero che non esiste alcuna certezza circa la capacità della Delta di causare forme più gravi della malattia. E qui, va da sé, tornano in gioco i vaccini. Che, ribadiamo, scongiurano il peggio. Per dire: in Inghilterra l’aumento dei contagi non è accompagnato dall’aumento di ricoveri. Il rischio di ricovero, stando alla sanità inglese, cala del 94% fra i vaccinati con doppia dose. Vaccini che, ad esempio, in Africa scarseggiano: nella maggior parte dei casi, come riporta Focus, la popolazione completamente vaccinata è inferiore al 5% del totale. La Delta ha già fatto breccia nella Repubblica democratica del Congo. Ma anche in Uganda, mentre non ha preso piede in Sudafrica poiché il Paese è alle prese con un’altra variante, la Beta (B.1.351).

Fra attesa e dati

Detto della variante Delta, cosa sappiamo invece della Delta Plus (K417N)? Non molto, invero. Gli esperti sottolineano che questa mutazione riesce a «legarsi» più facilmente alle cellule polmonari e a contagiare di più rispetto alla cugina. E che, ad oggi, è presente in altri nove Paesi oltre all’India, dove è stata individuata ad aprile. Fra questi c’è anche la Svizzera. La Delta Plus potrebbe, inoltre, resistere alle terapie con anticorpi monoclonali. Così il ministero della Salute indiano, citato dalla Reuters: «La mutazione K417N rientrava nella categoria delle varianti di interesse dato che è presente nella variante beta, che ha mostrato di avere la capacità di evadere la risposta immunitaria». Insomma, sembrerebbe che la Delta Plus sia stata inserita fra le varianti che preoccupano dall’Organizzazione mondiale della sanità, sebbene alcuni scienziati reclamino la mancanza di dati che ne certifichino la pericolosità. Tradotto: bisognerà aspettare un altro po’ per valutarne, davvero, l’impatto.

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