Dimostranti uccisi in Afghanistan

Il nuovo corso

I talebani avevano promesso una transizione pacifica e senza vendette, ma le prime proteste contro il movimento fondamentalista sono state represse nel sangue

Dimostranti uccisi in Afghanistan
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Il nuovo corso talebano in Afghanistan non parte con i migliori auspici, nonostante le rassicurazioni di una transizione pacifica e senza vendette. Le prime proteste contro il movimento fondamentalista sono state represse nel sangue, ed i nuovi padroni del Paese hanno riproposto la loro furia iconoclasta, distruggendo la statua di un eroe sciita: lo stesso trattamento riservato 20 anni fa ai Buddha di Bamyan. A Kabul gli studenti coranici lavorano per formare un nuovo governo sulla carta «inclusivo». Ma dalla capitale arrivano anche messaggi meno concilianti: «non ci sarà alcuna democrazia».

La violenza dei talebani è esplosa a Jalalabad, un centinaio di chilometri ad est di Kabul. Una città simbolo, perché cuore delle celebrazioni annuali dell’indipendenza dell’Afghanistan dall’impero britannico, nel 1919. Proprio l’orgoglio nazionalista della popolazione ha portato in strada un fiume di persone che hanno rimosso una bandiera talebana da una rotonda, sostituendola con quella afgana. Scatenando la reazione dei fondamentalisti, che hanno aperto il fuoco. Almeno tre i morti e tredici feriti, ma secondo altri report le vittime sarebbero molte di più. La protesta delle bandiere è andata in scena anche in altre città come Kunar e Khost. È ancora presto per capire se si diffonderà a livello nazionale, ma i giornalisti sul terreno hanno registrato che i talebani appaiono tesi, dopo l’entusiasmo iniziale scaturito dalla presa di Kabul.

L’intolleranza degli insorti non si è abbattuta solo sulle persone, ma anche sui simboli. La statua di Abdul Ali Mazari, un leader politico che rappresentava la comunità sciita hazara, ucciso negli anni ‘90 proprio dai miliziani del mullah Omar, è stata decapitata con una granata, secondo le testimonianze di alcuni residenti. Lo scempio è avvenuto a Bamiyan, città in cui i talebani nel 2001 distrussero due magnifiche e gigantesche statue di Buddha scolpite nella roccia. Un’azione di cui non si pentirono mai.

In questa situazione migliaia di afghani, preoccupati da un ritorno dell’oscurantismo, ogni giorno affollano l’aeroporto di Kabul per fuggire dal Paese. E si contano almeno 17 feriti nella calca per tentare di salire sul primo aereo disponibile. In città intanto regna una relativa calma, e dal traffico in strada sembra che nulla sia cambiato. Ma è solo apparenza, perché ci sono molte meno donne in giro. E quelle poche che ancora escono, indossano veli o niqab. La paura è tanta, soprattutto, tra le più istruite, che negli ultimi anni hanno faticato per ritagliarsi una vita autonoma, anche nel lavoro. I talebani, finora, hanno assicurato che rispetteranno i loro diritti, ma all’interno della sharia. Cosa questo comporterà, nei fatti, è ancora tutto da verificare. La comunità internazionale ne è preoccupata, tanto che Ue, Usa e Gran Bretagna hanno rinnovato l’appello alle nuove autorità perché «garantiscano la loro protezione».

I talebani, tuttavia, in questo momento hanno un’altra priorità. Ossia chiudere il prima possibile la partita del governo. In questa fase prevale il pragmatismo, dopo la promessa fatta di fronte ai media di tutto il mondo di un esecutivo «inclusivo e islamico». Così un alto comandante del movimento ha incontrato un personaggio simbolo del vecchio establishment, l’ex presidente Hamid Karzai, per tentare di trovare un accordo tra le varie anime del Paese. Ma i fondamentalisti hanno già chiarito che, di fatto, cambierà tutto. «Non ci sarà alcun sistema democratico perché non ha alcuna base nel nostro Paese», ha spiegato alla Reuters un alto esponente dei talebani Waheedullah Hashimi, vicino al cerchio ristretto. «Non discuteremo quale tipo di sistema politico dovremmo applicare in Afghanistan perché è chiaro. È la legge della sharia e basta». E il grande sconfitto, l’ex presidente Ashraf Ghani, è tornato a parlare dal suo rifugio negli Emirati Arabi evocando un suo ritorno in Afghanistan.

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