«È tempo di agire sul clima»

l’intervista

Con Stefano Caserini, professore del Politecnico di Milano in Mitigazione dei cambiamenti climatici, cerchiamo di capire come incendi, inondazioni e altri fenomeni siano legati al surriscaldamento globale

«È tempo di agire sul clima»
© Keystone/Davide Agosta

«È tempo di agire sul clima»

© Keystone/Davide Agosta

Succede tutto nello stesso tempo. È questa la nostra percezione. Gli incendi nell’Oregon e le inondazioni in Europa. Per non parlare dell’acqua scesa in Cina. Del caldo canadese. La tentazione è forte di guardare il cielo e di urlare rabbia nei confronti del surriscaldamento globale.

Professor Caserini, è davvero così?

«Va detta subito una cosa. Oggi i mezzi di comunicazione fanno sì che tutto ci sembri molto più vicino di quanto in realtà non sia. Fino a pochi anni fa, di un disastro ambientale in Australia avremmo saputo poco o nulla. Ora seguiamo tutto in tempo reale. E questo rischia di essere un fattore confondente. Non è detto che le nostre sensazioni individuali siano sufficienti a provare il cambiamento climatico. Detto questo, poi ci sono le statistiche scientifiche sulle variazioni degli estremi di temperatura e delle precipitazioni. L’aumento della temperatura a livello mondiale c’è già stato, di 1,1 gradi. E già i segni si vedono in molte parti del mondo. Gli eventi estremi, in questo senso, risultano essere un elemento omogeneo. Il livello degli estremi legati alle precipitazioni è più difficile da calcolare a livello statistico, anche perché non piove tutti i giorni. Prima di potersi sbilanciare in questo senso, occorrono tanti dati, quindi diversi decenni. I segnali non sono omogenei su scala globale. Certo, poi la scienza del clima ci dice che è probabile che con l’aumento delle temperature si andrà verso un aumento degli estremi delle precipitazioni. Il clima con gli steroidi, come viene definito il clima attuale, è un clima in cui ci si attende una maggiore frequenza di precipitazioni intense. Ecco perché oggi viene spontaneo inserire in questo contesto ogni evento di questo tipo, anche se di per sé il singolo evento non dice nulla. La tendenza parla di un mondo che va nella direzione di un’estremizzazione dei fenomeni meteorologici».

Insomma, una cosa sono gli eventi estremi legati alle temperature, un’altra gli eventi legati a intense precipitazioni.

«Sì, esattamente. Per quanto riguarda le temperature, eventi che avevano una bassissima probabilità di accadimento sono diventati più probabili. Basti pensare all’ultima ondata di calore che ha investito il Nord-Ovest degli Stati Uniti e il Canada: si tratta di un evento che in un clima non modificato, quindi privo dell’intervento dell’uomo, non aveva probabilità di accadere; a dirla tutta, avrebbe poche probabilità persino in un clima modificato. Ecco, ci sono eventi che quando accadono in un clima già di per sé modificato diventano davvero spaventosi. Dicevo, questa è una tendenza chiara e riconosciuta. Sulle precipitazioni, occorre maggiore cautela. Chiaro, tutto ci colpisce. Proprio per questo è importante non perdere di vista la questione centrale: se noi agiamo in modo deciso contro il surriscaldamento globale, potremo attenuare la gravità di simili situazioni in futuro. Il cambiamento climatico ha già creato dei problemi - è un dato di fatto -, ma possiamo ancora fare molto per evitare peggioramenti più gravi. Quando vedo simili segni, be’, li interpreto come una spinta per cercare di mettere da parte ogni titubanza, ogni incertezza, e per agire».

È un caso, ma la politica globale ha vari appuntamenti in agenda proprio in questo periodo relativi al clima.

«Sì, dal Green Deal alle discussioni sul rapporto dell’IPCC (il panel delle Nazioni Unite sul climate change, ndr), sino alla COP26 del novembre prossimo. La presentazione dello stesso Fit for 55 da parte dell’UE non è giunta come un fulmine a ciel sereno. L’Europa ha iniziato da tempo a lavorare sul cambiamento climatico in modo serio. D’altronde ora bisogna cambiare marcia e fare i compiti a casa che ci siamo presi, firmando l’Accordo di Parigi. Ognuno deve fare la propria parte».

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