«Fermare il commercio di pelliccia conviene: per motivi etici e sanitari»

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Ogni anno nel mondo vengono uccisi 100 milioni di animali allevati esclusivamente per la loro pelliccia - Durante la pandemia aveva fatto discutere il caso dei visoni colpiti da una variante di coronavirus - Ne parliamo con Susanna Petrone, responsabile della comunicazione per la Svizzera italiana di WWF Svizzera

«Fermare il commercio di pelliccia conviene: per motivi etici e sanitari»
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«Fermare il commercio di pelliccia conviene: per motivi etici e sanitari»

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Niente più pellicce in Israele. O meglio: sì alle pellicce, ma solo per motivi scientifici e religiosi (come per i cappelli degli ortodossi, gli shtreimel). Mercoledì il Paese ne ha annunciato, una novità mondiale, il divieto di commercio. Una notizia accolta con gioia da tutti coloro che, fra i principali «cattivi» Disney, mettono Crudelia De Mon al primo posto. Israele potrà fare da apripista per la diffusione di un simile bando, magari sostenuto dai rischi sanitari emersi con la variante del coronavirus diffusasi fra i visoni? Ne abbiamo discusso con Susanna Petrone, responsabile della comunicazione per la Svizzera italiana di WWF Svizzera.

Un segnale importante

«Quello lanciato da Israele è un segnale importante», ci dice subito Petrone. «Vero, per motivi religiosi alcune pellicce potranno continuare ad essere importate, ma parliamo di numeri bassi. È dunque un passo nella giusta direzione. Alcuni Paesi incerti, che già soppesavano una simile possibilità, potrebbero introdurre un bando di questo tipo». Ormai sono cambiati i tempi: «Le generazioni più giovani non hanno bisogno della pelliccia come status symbol: un tempo sfoggiarne una era segno di benessere economico, ma oggigiorno non si sente più il bisogno di simili gesti».

La situazione in Svizzera e nel mondo

E la Svizzera? «Nel nostro Paese non vi sono grossi allevamenti di animali da pelliccia e i controlli effettuati sull’import sono fra i più severi in Europa», spiega la responsabile della comunicazione di WWF Svizzera. «Non basta dire se la pelliccia è vera o finta, come avviene in altri Paesi. In Svizzera viene indicato il nome dell’animale (comune e scientifico), il luogo di provenienza e il metodo di produzione della pelliccia. Se, come avviene spesso in Cina, gli animali sono stati tenuti in gabbie dal fondo a griglia, ciò deve essere chiaramente specificato, aggiungendo che simili condizioni di allevamento non sono autorizzate in Svizzera». Non si scappa: «L’acquirente sa che il prodotto è stato importato e che l’animale ha subito un trattamento considerato illegale alle nostre latitudini».

Che da noi trattare gli animali in quel modo sia concesso o meno, l’import di pelliccia da Paesi «meno attenti» continua: «Esclusa la Danimarca (famosa per l’allevamento di visoni, ndr) molti Stati in Europa hanno chiuso i grandi allevamenti. Questo è però solo un modo per mettersi la coscienza a posto, per dire ‘‘da noi non si fa’’».

La Cina è oggi il più grande esportatore di pellicce: secondo i dati del 2018 pubblicati sul sito della Humane Society International, ogni anno nel mondo vengono uccisi 100 milioni di animali da pelliccia. Per la maggior parte visoni, ma anche volpi, cani procione e cincillà.

Esemplari di cane procione. / © Shutterstock
Esemplari di cane procione. / © Shutterstock

Il commercio, insomma è ancora importante: secondo quanto pubblicato dalla International Fur Federation, nel 2013 le vendite globali di pellicce al dettaglio erano stimate attorno ai 35,8 miliardi di dollari. Ma torniamo sulla Svizzera: «Da noi», continua Petrone, «a inizio anni ‘90 si è assistito a un drastico calo degli acquisti di pellicce: per circa 20 anni l’import si è attestato attorno alle 100 tonnellate annue. Dal 2010 in Svizzera la richiesta sta tornando ad aumentare, con numeri che rimangono, fortunatamente, ben al di sotto del picco registrato negli anni ‘70-‘80», spiega.

Etica e sanità

Ai problemi etici nella gestione degli allevamenti, se ne aggiungono di sanitari. Ammassati in spazi ristretti, fra gli animali non sono rari i focolai di malattie infettive. E il caso della variante di coronavirus diffusasi fra i visoni ha preoccupato non poco. «Gli animali da pelliccia vengono tenuti in condizioni catastrofali, indegne, indescrivibili. Se ne hanno le prove: diversi ambientalisti si sono introdotti negli allevamenti per filmare gli animali. E non dobbiamo andare in Cina, anche dalla Danimarca arrivano immagini raccapriccianti».

Impossibilitati a esprimere i loro comportamenti naturali, questi animali (e specialmente i visoni, per natura semi-acquatici e votati al nuoto) tendono a mostrare comportamenti stereotipati di disagio mentale, come il vagare in cerchio. Non di rado questi animali sono spinti fino all’automutilazione.

© Shutterstock
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«Quando un essere vivente viene tenuto in condizioni così pietose, inevitabilmente, si ammala. Sia per gli esseri umani che per gli animali, gli allevamenti rischiano di diventare focolai di malattie e ne abbiamo avuto esempio con i visoni durante la pandemia di coronavirus. Rischi simili si corrono con i wet market (mercati umidi dove vengono venduti beni deperibili, come carne e pesce, ndr): anche lì si può assistere alla trasmissione di malattie da animale a uomo». Insomma, conclude Susanna Petrone: «Gli allevamenti costituiscono non solo un problema morale, ma anche sanitario».

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