«Gli USA temono che Pechino intenda imporre il suo modello nel mondo»

L’intervista

Altissima tensione tra il Governo cinese e quello statunitense

«Gli USA temono che Pechino intenda imporre il suo modello nel mondo»
Il Segretario di stato USA Pompeo ha lanciato un duro attacco alla Cina, in un discorso alla biblioteca Richard Nixon (California). © EPA

«Gli USA temono che Pechino intenda imporre il suo modello nel mondo»

Il Segretario di stato USA Pompeo ha lanciato un duro attacco alla Cina, in un discorso alla biblioteca Richard Nixon (California). © EPA

Le tensioni tra USA e Cina hanno raggiunto livelli mai visti negli ultimi trent’anni. Pechino ha reagito alla chiusura del consolato cinese a Houston, ordinata da Trump, imponendo lo stesso destino al consolato americano di Chengdu. Abbiamo chiesto a Giovanni Andornino, esperto di Cina, un’analisi del durissimo scontro in atto da tempo tra le due grandi potenze mondiali.

Dietro i ripetuti attacchi americani a Pechino vi è solo il nervosismo di Trump per il suo calo di popolarità in vista delle presidenziali di novembre?

«Una certa preoccupazione per le possibili ricadute in politica estera delle campagne presidenziali USA è sempre presente. La disgraziata gestione dell’epidemia da COVID-19 da parte della Casa Bianca e il profilarsi di una possibile sconfitta di Trump nelle urne accresce, però, i timori di azioni provocatorie da parte di Washington, funzionali a distrarre l’attenzione del pubblico dalle difficoltà sanitarie, sociali ed economiche interne in cui si dibattono gli USA. C’è da augurarsi che nei mesi a venire non si assista a un artificioso precipitare di qualche crisi, con lo scopo di favorire lo stringersi della cittadinanza attorno al presidente in tempi di conflitto. D’altro canto non possiamo illuderci: il clima di concordia tra Cina e Stati Uniti è compromesso e ci dobbiamo preparare a un lungo periodo di rivalità».

Come valutare la chiusura imposta da Pechino al consolato generale USA di Chengdu?

«Uno dei compiti delle rappresentanze diplomatiche è da sempre quello di acquisire informazioni sul Paese in cui si trovano. I Governi conoscono bene le conseguenze del superamento dei limiti ritenuti tollerabili da parte del Paese ospitante e non sono rari i casi di espulsione di personale diplomatico accusato di svolgere attività di intelligence o altre operazioni clandestine. La chiusura di un Consolato generale, tuttavia, determina un salto di qualità nel deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina. Ciò, paradossalmente, porta maggiore danno agli USA, giacché la Cina è una società chiusa e dunque è tanto più importante per gli americani avere accesso al territorio cinese mediante le proprie rappresentanze».

Da quando è cominciata la guerra dei dazi con gli USA, la Cina ha iniziato a guardare di più verso altri mercati. L’economia cinese è in grado di reggere un forte calo negli scambi con gli USA?

«Lo scenario è complesso: una parte importante delle merci che le dogane registrano come esportazioni cinesi sono in realtà prodotte da aziende USA o internazionali che hanno sede o joint ventures in Cina, dunque non è così chiaro chi patisca di più le conseguenze delle turbolenze cui assistiamo nelle dinamiche commerciali. Certamente un’ulteriore contrazione degli scambi con gli Stati Uniti sarebbe molto dolorosa per la Cina, che lì esporta quasi il 20% dei beni che commercia a livello globale: le esportazioni per la Cina significano infatti posti di lavoro e stabilità sociale, fattori essenziali per il Partito comunista cinese, che l’anno prossimo celebra un secolo dalla fondazione».

Tra i motivi dello scontro con gli USA vi è il giro di vite imposto dalla Cina a Hong Kong. Perché Xi Jinping non cerca un compromesso?

«Perché il “Sogno della Cina” che Xi Jinping prospetta sin dal suo insediamento ai vertici del Partito nel 2012 definisce un orizzonte di grandezza per la nazione cinese nel suo insieme, a servizio della quale devono essere stemperate le espressioni di emancipazione individuale e particolarità localistiche. Difficile però, per Pechino, controbattere efficacemente a chi critica l’indifferenza con cui la Repubblica popolare è venuta meno, nei fatti, alla Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 con cui essa stessa contribuì a definire lo statuto di Hong Kong nel cinquantennio che va dal 1997 al 2047».

Il Segretario di Stato USA Pompeo ha accusato il regime cinese di essere una tirannia. Come mai questo schiaffo a Pechino?

«Per essere il capo della diplomazia statunitense Pompeo ha assunto un atteggiamento ben poco diplomatico: normalmente il Segretario di Stato lavora su uno spartito complementare ma differente rispetto al Presidente. In questo caso la sua posizione allude alla minaccia che il Partito comunista cinese non si accontenti di preservare il regime politico che ha costruito in Cina, ma punti a estendere la propria influenza nel mondo. Se la dialettica si porta su questo piano, il dialogo tra le due impostazioni ideologiche - la democrazia capitalistica statunitense e il leninismo sviluppista cinese - sarà impossibile».

I dipendenti del consolato cinese di Houston, dopo l’annuncio della chiusura della rappresentanza diplomatica da parte degli americani si sono fatti fotografare mentre bruciavano documenti nel cortile del consolato. Come mai questa azione goffa?

«Perché se hai una enorme mole di materiale cartaceo riservato da distruggere in modo definitivo e poche ore per farlo il fuoco resta un sistema un po’ arcaico ma indubbiamente efficace».

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