«I casi reali in Italia potrebbero essere anche 500 mila»

Pandemia

Secondo il fisico Federico Ricci Tersenghi, dell’Università Sapienza di Roma, i contagi reali nella Penisola sarebbero minimo 250 mila - La letalità del coronavirus sarebbe dunque compresa fra l’1,4% e lo 0,7%

 «I casi reali in Italia potrebbero essere anche 500 mila»
©AP Photo/Claudio Furlan

«I casi reali in Italia potrebbero essere anche 500 mila»

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I casi reali di coronavirus in Italia, ossia di persone con sintomi anche molto lievi, è da cinque a dieci volte superiore al numero dei casi accertati con il tampone. Ad oggi i casi reali sarebbero quindi fra 250’000 e 500’000. Emerge dai calcoli pubblicati nella pagina Facebook Coronavirus - Dati e analisi scientifiche, elaborati dal fisico Federico Ricci Tersenghi, dell’Università Sapienza di Roma. Di conseguenza la letalità sarebbe molto più bassa, compresa fra l’1,4% e lo 0,7%.

La stima si basa sul numero dei tamponi verificati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) ed è la prima finora elaborata sulla base dei dati relativi ai casi accertati, mentre le altre stime si sono basate sul tasso di moralità atteso.

«Non c’è in questa elaborazione la stima relativa alle persone asintomatiche», ha detto Ricci Tersenghi. I primi studi fatti in Veneto, a Vo’, e in Lombardia, indicano che gli asintomatici possono costituire dal 60% al 20% di tutti i casi accertati. Sono queste, ad ora, le uniche stime per l’Italia e per avere un’idea del totale dei casi, compresi gli asintomatici, bisognerebbe quindi aggiungere al totale dei casi reali una delle due percentuali.

«I dati dell’Iss ci dicono quante persone sono risultate positive al tampone in una certa data, in modo simile a quanto fa la protezione civile, ma con l’informazione aggiuntiva relativa alla comparsa dei primi sintomi». Sebbene abbia risposto solo per il 60% dei pazienti, i dati hanno permesso comunque di elaborare una curva relativa al numero delle persone che hanno avvertito i sintomi in una certa data, in media otto giorni prima di quando sono state certificate.

Considerando poi il tempo di incubazione circa cinque giorni che passa dal momento dell’infezione alla comparsa dei sintomi, è stato possibile ottenere una nuova curva, questa volta relativa alla data in cui le persone sono state infettate. In media, quindi, le persone positive sono state individuate tredici giorni dopo l’infezione, quando hanno fatto il tampone. La proiezione dei dati elaborata a questo punto ha permesso di indicare due possibili scenari: uno pessimista, nel quali i casi sono dieci volte superiori a quelli accertati, e uno ottimista, nel quale i casi sono cinque volte più numerosi.

Senza le contromisure 6 milioni di italiani in terapia intensiva

Senza le contromisure di restrizione, il 70-80% degli italiani sarebbe stato colpito dalla Covid-19 e il 10% della popolazione, pari a 6 milioni di persone, avrebbe avuto bisogno della terapia intensiva. Con misure molto rigide applicate fin dall’inizio, invece, ad essere colpito sarebbe stato solo lo 0,08% della popolazione. Lo ha stimato con modelli matematici un gruppo di ricercatori italiani in collaborazione con la Task Force Covid-19 del Policlinico San Matteo di Pavia.

Nello studio apparso sul sito Arxiv, che ospita i lavori che non hanno ancora passato il vaglio della comunità scientifica, i ricercatori hanno ipotizzato tre possibili scenari, tarando il modello con i dati epidemici del primo periodo, che vanno dal 20 febbraio al 12 marzo, quando le misure di restrizione consistevano principalmente nella chiusura di scuole e università.

«Abbiamo ipotizzato uno scenario in cui le misure hanno un effetto blando, un altro in cui l’effetto è forte, e un altro in cui è molto forte», spiega una autrice, Giulia Giordano, dell’università di Trento. Confrontando quindi tutti i dati disponibili finora e i diversi scenari, si vede che «siamo nel primo scenario, cioè le misure hanno avuto un effetto finora contenuto, perché sono il risultato dei provvedimenti presi prima delle misure più rigide di quarantena», continua Giordano. Il che significa «che non bisogna mollare, ma aspettare, perché gli effetti dovrebbero iniziare a vedersi tra questa e la prossima settimana», prosegue.

I ricercatori hanno anche calcolato l’arrivo del picco a seconda dei diversi scenari. Con misure ad effetto blando «il picco potrebbe arrivare tra uno-due mesi - conclude Giordano - mentre con provvedimenti ad effetto più forte entro un paio di settimane».

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