«I cinesi evitano i negozi, anche gli alimentari si acquistano online»

MILANO

Parla la giornalista di Radio China FM Angelica Zhou Jie, che racconta di una Chinatown deserta e dell’approccio dei suoi connazionali verso il coronavirus

«I cinesi evitano i negozi, anche gli alimentari si acquistano online»
© CdT/Putzu

«I cinesi evitano i negozi, anche gli alimentari si acquistano online»

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Dalle città cinesi di Wuhan, focolaio del coronavirus, a Shanghai, da Hangzhou a Wenzhou (città d’origine della maggior parte degli emigrati in Europa) con un grande salto fino all’Italia. L’infezione fa sentire forte la sua morsa, anche nel Nord dello Stivale e ora, nonostante le cifre indichino una casistica poco invasiva dal profilo sanitario, il timore del contagio è forte. A Milano e nel suo hinterland, le immagini degli effetti di questa epidemia sono sotto gli occhi di tutti. Supermercati svuotati, persone di tutte le età che camminano in strada con la mascherina, prodotti igienici (detergenti e disinfettanti) ormai irreperibili nelle farmacie (e magari venduti a costi maggiorati sul web dagli speculatori). E le autorità sanitarie che si devono attivare su un duplice fronte: per combattere l’epidemia e per arginare la disinformazione per evitare inutili allarmismi. Su come stia vivendo l’emergenza la comunità cinese in Italia abbiamo fatto il punto con la giornalista di Radio China FM con sede a Milano Angelica Zhou Jie.

«La nostra redazione si trova nel centro città – spiega -: tutti i giorni, nei nostri programmi, seguiamo da vicino l’emergenza del coronavirus fornendo particolari soprattutto sui provvedimenti puntuali delle autorità sanitarie italiane riferendoli alle diverse comunità cinesi. Personalmente, avendo due figli in età scolastica che sono rimasti a casa dopo la chiusura delle scuole decisa dal Governo italiano, ho scelto di ricorrere, nel limite del possibile, al telelavoro. Mio marito è impiegato in un’azienda che si occupa del riciclaggio dei rifiuti, dove solitamente si adottano già misure sanitarie a tutela della propria salute. L’utilizzo della mascherina, in questo caso, una sua abitudine, mentre per quanto mi riguarda, io per ora non ne ho fatto uso seguendo la profilassi generale».

«Lunedì – prosegue la nostra interlocutrice – sono stata in studio per organizzare il programma, dato che il palinsesto di Radio China, oltre alle emissioni dalla sede di Madrid, prevede due momenti informativi principali: il primo alla mattina dalle 8.30 alle 10 e il secondo, di sera, dalle 19 alle 20.30. Altri colleghi si recano normalmente al lavoro, contrariamente alla maggior parte di chi svolge un’attività a Chinatown. Lì, negli ultimi giorni, dopo che la metà degli esercizi pubblici ha chiuso i battenti, hanno abbassato le saracinesche anche altri ristoranti e negozi ancora. Via Paolo Sarpi è tutt’ora un deserto. È un quadro desolante».

Qual è la ragione principale di questa situazione? «Molte persone della comunità cinese restano a casa: non per paura, ma per evitare la diffusione del contagio. Per proteggere se stessi e gli altri dal COVID-19. Per questa ragione, sia chi è titolare di attività commerciali, sia chi si reca in negozio a fare acquisti o semplicemente cammina per strada, utilizza la mascherina antibatterica. Non è paura, ma prevenzione». Insomma, le immagini della Cina, e di Wuhan in particolare, hanno fatto breccia. «Qui ad Affori, dove risiedo con la mia famiglia, la comunità cinese è ben radicata. Molti miei amici restano a casa, escono solo per fare acquisti, in attesa di tempi migliori».

Una simile situazione, spiega Zhou Jie, la stanno vivendo «i miei genitori a Hangzhou. Loro gestiscono un ristorante insieme a mio fratello, ma lo tengono ancora chiuso. La città poco a poco si sta riprendendo. Mi hanno riferito che i mezzi pubblici funzionano nuovamente, la metropolitana e i grandi magazzini sono stati riaperti. Con cautela. Ma si vede in giro la gente. E tante mascherine». La tutela della salute resta un dovere di ognuno, anche perché le disposizioni di Pechino sono molto severe e per chi sgarra vi sono pene senza sconti. In Italia, la comunità internazionale più colpita dopo la Cina (vi vivono ufficialmente 350.000 cinesi), il quadro è altrettanto preoccupante. Nella Chinatown, ma non solo, le attività, come detto, sono ferme. «Molti titolari di negozi e ristoranti tengono chiuso perché in assenza di clientela non c’è guadagno. Aprire significherebbe far fronte a costi ancora più alti». Si parla in effetti di perdite milionarie. «Sì è vero, tutto è fermo. Ne ho parlato anche con un mio collega della European News Agency cinese che è venuto a Milano per fare un servizio in via Sarpi negli scorsi giorni. È rimasto molto sorpreso di quanto ha potuto vedere!». Cosa pensi personalmente del coronavirus? «La sua letalità non è in realtà elevata, ma il virus è contagioso. Se consideriamo questa situazione da una prospettiva economica e commerciale, l’impatto sugli imprenditori cinesi in Italia è devastante. Del resto va detto che gli acquisti dei cinesi, soprattutto degli studenti che vengono dalla Cina, avvengono molto di frequente tramite Internet. Vi sono, certo, piccoli supermercati aperti e ben forniti gestiti da cinesi. C’è chi non si è piegato, nella speranza che presto si possa ripartire e dimenticare questo incubo».

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