I nomi delle varianti del coronavirus, un problema di stigma

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La nomenclatura ufficiale appare troppo complicata per il grande pubblico mentre l’indicazione in base al Paese dove la mutazione è stata descritta la prima volta è imprecisa e porta con sé il rischio di discriminazioni - La questione è tema di continue discussioni da parte della comunità scientifica e la storia dimostra la necessità di cercare una soluzione: dall’influenza «spagnola», ai virus Zika o Ebola

I nomi delle varianti del coronavirus, un problema di stigma
AP Photo/Wilfredo Lee

I nomi delle varianti del coronavirus, un problema di stigma

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Variante brasiliana, inglese, sudafricana e ora, agli onori della cronaca, sono arrivate anche quella svizzera (fa parte del lignaggio B.1.1.39 e non è quella responsabile di farci indossare i sandali con i calzini, come hanno scherzosamente suggerito diverse vignette umoristiche apparse sui social network negli scorsi giorni) e quella indiana. Il nome con cui sono chiamate le mutazioni del SARS-CoV-2 in circolazione è oggetto di dibattito già da alcuni mesi, ma il problema ancora non pare trovare soluzione.

Sebbene vi siano stati svariati vertici tra i principali attori della comunità scientifica internazionale, con all’ordine del giorno la ricerca di una nomenclatura adeguata, e nonostante vi sia pure una proposta concreta, in linea con le considerazioni dell’OMS, che stabilisce l’adozione di una classificazione alfanumerica, l’indicazione delle varianti tramite il criterio geografico, in base al Paese che per primo le ha riscontrate e descritte, sembra ormai entrata nell’uso comune. Se infatti possiamo tranquillamente immaginare virologi e microbiologi che discutono di mutazione «B.1.1.7» o 501Y.V1 (variante inglese) o di variante «P.1» o 501Y.V3 (variante brasiliana), tale indicazione non offre una chiave di lettura di facile comprensione al grande pubblico, che da oltre un anno cerca di districarsi tra un’infinità di informazioni riguardanti il coronavirus e le sue mutazioni, alla base dei nuovi picchi di COVID-19 nel mondo intero.

Tra i molti a riconoscere la complessità del problema, anche Salim Abdool Karim, l’epidemiologo ed ex presidente del comitato consultivo sulla COVID-19 del Sud Africa, che ha contribuito a dare un nome alla variante scoperta nel Paese: 501Y.V2 (lignaggio «B.1.351»). «Chi vorrebbe continuare a dire 501Y.V2?», dice Abdool Karim ai microfoni del National Geographic, consapevole del fatto che riferirsi alla mutazione come «variante sudafricana» sia ben più pratico, sebbene critichi quest’abitudine, ritenendola stigmatizzante e imprecisa.

©EPA/FAROOQ KHAN
©EPA/FAROOQ KHAN

Il contraccolpo politico e i divieti di viaggio

In un articolo sul tema pubblicato dalla rivista Science, l’utilizzo delle regioni geografiche per distinguere le varianti viene definito come «dannoso». Lo stesso vale per l’uso diffuso, all’inizio della pandemia, della locuzione «virus cinese», ben preso caduta in disuso proprio per motivi di stigmatizzazione, ma riemersa in seguito, ad esempio nei discorsi pronunciati dall’ex presidente statunitense Donald Trump durante la campagna elettorale.

Un altro esempio della nocività di questa terminologia, si riflette anche in alcune decisioni politiche, come i divieti di viaggio o le quarantene imposte per chi proviene da un determinato paese: sempre stando a Science, e come approfondito in un articolo del National Geographic, le conseguenze sono serie, come il divieto degli Stati Uniti di viaggiare dal Sudafrica, dal Brasile e dal Regno Unito all’inizio di quest’anno. Di ieri, tra l’altro, l’inserimento dell’India nella lista di paesi a rischio stilata dalla Confederazione, dopo il rilevamento di un primo caso di «variante indiana» - il lignaggio B.1.617 - in Svizzera (la ragione dell’inclusione nell’elenco, ha indicato l’UFSP, è la rapida diffusione della variante nel subcontinente). Tuttavia, si legge su Science, «le descrizioni sono anche imprecise. Non si sa se il paziente zero di ogni variante era residente o visitatore di quel determinato Paese, e tutte le varianti sono state identificate ben oltre i confini dei primi paesi in cui sono state identificate. Le varianti più trasmissibili diventano rapidamente la variante dominante in circolazione in molti paesi, proprio come la variante D614G, che divenne rapidamente la variante globale dominante all’inizio della pandemia COVID-19».

© CdT/ Chiara Zocchetti
© CdT/ Chiara Zocchetti

Uno stigma iscritto nella storia

La durata degli effetti di queste indicazioni può tra l’altro essere di lunghissima durata. Basti pensare alla pandemia di influenza del 1918: sebbene oggi sia stato dimostrato che i primi casi furono registrati negli Stati Uniti, ancora oggi se ne parla chiamandola «influenza spagnola». Questo perché la sua esistenza fu riportata dapprima soltanto dai giornali spagnoli: la Spagna non era coinvolta nella prima guerra mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra. Altri paesi nascosero a lungo la diffusione del virus sul loro territorio, parlando invece solo di una malattia diffusa soprattutto in Spagna.

Il problema, che ad oggi come detto pare lontano dal trovare una soluzione, d’altronde non riguarda solamente il coronavirus: molti virus infatti hanno preso il nome dalle regioni geografiche in cui sono stati identificati per la prima volta. Tra questi ci sono la foresta di Zika in Uganda o il fiume Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. E la storia conferma l’effetto stigmatizzante di tali riferimenti per le comunità locali.

Il nome del virus: ecco come viene definito

Anche se l’OMS è responsabile della denominazione delle malattie, la scelta dei nomi dei virus è attribuita a un gruppo di virologi e filogenetisti che fanno parte del Comitato internazionale per la tassonomia dei virus (ICTV).

Nel febbraio 2020, l’ICTV ha ribattezzato quello che allora era chiamato il nuovo coronavirus come SARS-CoV-2, che sta per coronavirus 2 della sindrome respiratoria acuta grave. Stanley Perlman, microbiologo dell’Università dell’Iowa e membro del gruppo di studio dell’ICTV per i coronavirus, in un’intervista al National Geographic spiega che il gruppo ha scelto il nuovo nome perché il patrimonio genetico del virus era «chiaramente vicino» a quello che ha causato l’epidemia di SARS nel 2003, e che si chiama SARS-CoV.

Un modo tipico di classificare un virus si basa sui suoi antigeni, ossia la parte del virus che provoca una risposta immunitaria e le cui mutazioni risultano particolarmente importanti.

L’influenza A, per esempio, ha due antigeni importanti, conosciuti come H (che sta per emoagglutinina) e N (che sta per neuraminidasi). Ogni volta che questi antigeni mutano, viene loro assegnato un nuovo numero: da qui il nome H1N1 che conosciamo, poiché responsabile dell’«influenza suina». Il virus in questione ha 18 diverse mutazioni H e 11 diverse mutazioni N che possono essere mescolate e abbinate per formare 198 combinazioni potenziali, anche se solo 131 sottotipi sono stati identificati in natura.

Pango e il sistema di lignaggio

«Tutti questi virus mutano continuamente, quindi non possiamo chiamare tutto con nomi nuovi», aggiunge Abdool Karim. «È solo quando cambiano un antigene significativo che gli diamo un nuovo nome». Ma il SARS-CoV-2, sta mutando particolarmente in fretta, con il problema è che gli scienziati hanno cercato di trovare dei nomi alle mutazioni in modo altrettanto rapido: ne sono emersi diversi sistemi, ognuno con un uso diverso.

I due sistemi di nomenclatura più importanti si chiamano Nextstrain e Pango. Anche se avere più di un sistema di classificazione delle varianti potrebbe sembrare eccessivo, questi offrono agli scienziati diversi modi di analizzare l’albero genealogico del SARS-CoV-2.

Pango, in particolare, è diventato il sistema più comunemente usato perché è utile per tracciare i focolai locali e conta centinaia di lignaggi. Il principio fondamentale è che i nomi dei lignaggi rappresentano l’ascendenza e la discendenza: ogni lignaggio di Pango può essere letto essenzialmente come un albero genealogico, dove i primi virus in circolazione in Cina sono indicati come lignaggi A o B. Come si sono evoluti e diffusi in tutto il mondo e i loro discendenti sono contrassegnati da una serie di numeri. Per esempio, B.1 include il focolaio nel nord Italia all’inizio del 2020 ed è il primo discendente della stirpe B ad essere stato nominato. La variante identificata in Sud Africa, invece, chiamata B.1.351, rappresenta il 351.esimo discendente del virus, nato dal focolaio italiano.

Per evitare che questi nomi diventino troppo ingombranti, ogni stirpe di Pango può avere solo fino a tre punti: se il virus cambia significativamente, la nuova stirpe è indicata con una diversa lettera dell’alfabeto. Ecco perché la variante identificata per la prima volta in Brasile si chiama P.2 anche se si tratta di un discendente della stirpe B.1.1.28.

Oltre 35.000 mutazioni nel mondo

Più di 35.000 mutazioni del virus sono già state sequenziate nel mondo intero, e solo in Svizzera se ne contano una quarantina dall’inizio della pandemia. Solo una manciata di queste sono però state considerate come varianti potenzialmente preoccupanti.

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