Il caso AstraZeneca: un vaccino, troppi dubbi

domande e risposte

La campagna vaccinale europea messa a dura prova dalle discussioni maturate attorno al prodotto anglo-svedese - C’è chi lo riserva a una particolare fascia della popolazione e chi ancora non l’ha approvato

Il caso AstraZeneca: un vaccino, troppi dubbi
© AP/Vadim Ghirda

Il caso AstraZeneca: un vaccino, troppi dubbi

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Le discussioni attorno al vaccino di AstraZeneca stanno rallentando la campagna europea di immunizzazione. Mentre l’EMA sorveglia, proseguendo le analisi, diversi Paesi introducono regole proprie di utilizzo.

Partiamo dalla Svizzera. Perché non lo stiamo utilizzando?

Va sottolineato come la Svizzera abbia di per sé riservato da mesi 5,3 milioni di dosi del tanto discusso vaccino. La stessa azienda biofarmaceutica anglo-svedese ne ha chiesto l’autorizzazione a Swissmedic. Ed è proprio qui che il processo si è incagliato. L’Istituto svizzero per gli agenti terapeutici ha esaminato la documentazione fornita, ma nel corso della stessa analisi è emersa l’assenza di dati solidi e affidabili provenienti da studi clinici. Come sottolineato dal direttore Raimund Bruhin in un’intervista a metà marzo al gruppo CH-Media, non stiamo parlando di un prodotto di cattiva qualità, «stiamo solo dicendo che l’azienda non è stata ancora in grado di dimostrarci che si tratta di un buon vaccino». Poi molto comunque dipenderebbe dagli obiettivi dell’UFSP, che potrebbe anche decidere di puntare solo sui vaccini a mRNA.

La domanda in Svizzera quindi non è di per sé frenata dai casi di trombosi di cui si parla. Ecco, qual è la relazione tra questi casi e il vaccino?

L’Agenzia europea del farmaco (EMA) in questo senso si è pronunciata mercoledì, denunciando in effetti un possibile legame tra il vaccino di AstraZeneca - ribattezzato Vaxzevria lo scorso 25 marzo - e alcuni casi rarissimi di eventi trombotici. Emer Cooke, direttrice dell’EMA: «Il Comitato di farmacovigilanza dell’Agenzia, dopo un’analisi molto approfondita, ha concluso che i casi segnalati di insolita coagulazione del sangue a seguito della vaccinazione con il vaccino Astrazeneca dovrebbero essere elencati come possibili effetti collaterali. Sulla base delle attuali evidenze disponibili, fattori di rischio specifici come l’età, il sesso o la precedente storia medica di disturbi della coagulazione non sono stati in grado di essere confermati poiché gli eventi rari si osservano in tutte le età e in uomini e donne». Secondo l’OMS il collegamento tra vaccino e casi di trombosi rare è plausibile ma non confermato.

In rete gira un paragone con i rischi legati al volare in aereo. Di cosa si tratta?

È stato il virologo italiano Andrea Crisanti a sottolineare: «Ci preoccupiamo tanto di un caso ogni 2 milioni e mezzo di eventi trombotici, ma prima di questa pandemia in Italia c’erano 200 milioni di persone che prendevano l’aereo, con una probabilità di 100 su un milione di sviluppare serie complicazioni trombotiche». Ha aggiunto: «Il vaccino di AstraZeneca è tra i più sicuri al mondo».

Come hanno reagito i differenti Paesi europei?

Ognuno sta andando per la propria strada, con interventi più o meno drastici, generando quindi uno stato di confusione. A tal punto che la commissaria dell’UE, Stella Kyriakides, ha chiesto ai ministri di formare un team di esperti in modo da giungere a un approccio maggiormente coordinato in tutta l’Unione, in particolare in merito ai gruppi di età. È proprio in questo senso che si vedono grosse differenze tra uno Stato e l’altro, anche perché, a differenza di quanto avanzato dall’EMA, ci sono indicazioni secondo cui le più colpite sarebbero le donne sotto i 55 anni di età. Tesi anche questa non confermata.

Nel concreto, quali sono le tendenze?

L’Italia ha stabilito mercoledì un utilizzo preferenziale del vaccino per la popolazione sopra i 60 anni di età. Come Germania e Spagna. In Francia e in Belgio per gli over 55. Il fattore legato all’età più indicata è cambiato diverse volte, nel caso di AstraZeneca. Ciò non ha certo aiutato l’azienda a fornire un’immagine chiara e rassicurante del proprio prodotto. A inizio febbraio per esempio l’Agenzia italiana (AIFA) definiva il prodotto preferibile per la popolazione tra i 18 e i 55 anni di età. Lo stesso Regno Unito, la cui corsa si è basata in particolare proprio sul vaccino “di casa”, lo ha sconsigliato alle persone con meno di 30 anni.

Perché viene sconsigliato ai più giovani, dato il comunque raro rischio di una trombosi letale?

È un calcolo tra rischi e benefici. Più la persona è giovane e in salute - al di fuori della cerchia con gravi patologie croniche - e meno sono i rischi di un decorso grave o addirittura letale della COVID-19. Il margine quindi tra benefici e rischi si assottiglia. Non si può dire lo stesso se pensiamo alla popolazione più anziana, più a rischio rispetto al coronavirus che non a eventi collaterali rari.

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