«Il caso Navalny solleva dubbi sui reali obiettivi del Cremlino»

L’intervista

L’avvelenamento dell’oppositore russo e l’inchiesta sulle presunte responsabilità dei servizi segreti di Mosca hanno inasprito il dibattito politico nazionale e irrigidito i già tesi rapporti con l’Occidente - Parola al giornalista del TG5 Luigi De Biase

«Il caso Navalny solleva dubbi sui reali obiettivi del Cremlino»
Nonostante Alexey Navalny abbia un certo seguito, in Russia la questione dell’avvelenamento non convince i più.  ©EPA/Yevgeny Feldman

«Il caso Navalny solleva dubbi sui reali obiettivi del Cremlino»

Nonostante Alexey Navalny abbia un certo seguito, in Russia la questione dell’avvelenamento non convince i più.  ©EPA/Yevgeny Feldman

La vicenda Navalny è tornata sotto i riflettori internazionali con la pubblicazione dell’inchiesta del sito Bellingcat in collaborazione con altre testate. Qual è la sua opinione sulla credibilità di quanto venuto alla luce?

«Il sito investigativo Bellingcat ha rivelato particolari molto interessanti che riguardano sia il caso Navalny, sia il funzionamento dei servizi segreti russi, dal programma sugli armamenti chimici al sistema di sorveglianza usato con i politici di opposizione. I risultati dell'inchiesta sono assolutamente credibili: Vladimir Putin in persona ha fornito conferme, ancorché parziali e indirette, durante la conferenza stampa di fine anno. Ma nella vicenda di Alexey Navalny esistono questioni decisive ancora irrisolte, questioni che Bellingcat con le sue certezze ha reso per assurdo ancora più evidenti. Per esempio: com'è possibile che Navalny sia sopravvissuto a un agguato che i Servizi russi hanno progettato per anni? E per quale motivo il Cremlino, dopo averne ordinato l’assassinio con una sostanza da guerra chimica, avrebbe permesso all’oppositore di raggiungere Berlino?»

Luigi De Biase, giornalista del TG5.
Luigi De Biase, giornalista del TG5.

Quali tipi di pressioni sono esercitate sui media che sostengono l’opposizione nel Paese?

«Sono molti i media che denunciano tentativi di censura. Avviene a livello nazionale e locale. Nel corso degli ultimi anni non sono mancati i casi clamorosi, come le dimissioni di massa nella redazione del quotidiano finanziario Vedomosti dopo l'arrivo di un direttore considerato troppo vicino al Cremlino, le false accuse di traffico di droga contro il reporter Ivan Golunov del network Meduza, o il recente arresto per spionaggio di Ivan Safronov, un ex di Kommersant. Di fronte a queste vicende la società civile si è sempre mossa con grande decisione. Lo dimostra proprio la campagna che ha permesso di riabilitare Golunov, e che ha avuto fra i suoi sostenitori anche quotidiani di certo non estranei alle influenze politiche».

In particolare, in Russia, i media e i giornali come hanno trattato il caso dell’oppositore in relazione al suo avvelenamento da Novichok?

«Le tv e i grandi quotidiani ignorano da sempre Navalny. Evitano persino di pronunciarne il nome. Non è un mistero che in Russia ampi settori della società guardino con scetticismo alla questione dell’avvelenamento. Ma una parte della stampa ha partecipato con decisione all'inchiesta di Bellingcat. Un ruolo importante lo ha svolto il portale web The Insider Russia».

È fuori discussione che dietro il caso Navalny vi sia la contrapposizione Est-Ovest. Il leader dell’opposizione democratica ha puntato il dito contro l’intelligence russa e il presidente Putin, che ha rispedito al mittente le accuse definite «ridicole». Non è in gioco anche la sua credibilità internazionale?

«Viviamo una fase molto particolare della storia. Dopo vent'anni ai vertici del potere russo, Putin potrebbe anche ritenere che la credibilità internazionale sia un requisito non indispensabile, e secondo alcuni analisti sarebbe proprio questo il presupposto che lo ha spinto nel corso degli ultimi anni verso posizioni quantomeno audaci, in patria e all'estero. Ma si tratta pur sempre di valutazioni politiche, di meccanismi da teoria dei giochi. Altra cosa è la responsabilità per l'avvelenamento di Navalny, che non dovrebbe essere attribuita in modo automatico, bensì chiarita con prove convincenti. Questo per evitare che la credibilità diventi un problema anche per l’Occidente».

Restando a Putin, sulla stampa si è speculato sulla sua malattia (morbo di Parkinson) e su un suo possibile ritiro nel 2021. Quanto è presa sul serio questa voce in Russia e chi potrebbe assumere il comando del Cremlino nel caso ciò avvenisse?

«Per quanto strano possa sembrare, la voce è partita proprio dalla Russia. Il primo a parlare della malattia di Putin è stato un politologo di nome Valery Solovei, il mese scorso, su un’emittente radiofonica molto popolare come l’Eco di Mosca. Al momento non esistono riscontri. Il portavoce del Cremlino ha smentito con forza, Putin si è limitato a dire che è troppo presto per pensare alle elezioni presidenziali del 2024, segno che, in realtà, il tema è ben presente nei suoi piani. Ma secondo Solovei esistono precisi piani di successione che saranno resi pubblici a gennaio. Mancano poche settimane per verificare la previsione. Bisogna dire, però, che già una decina di anni fa Solovei aveva prospettato l'imminente addio di Putin alla vita pubblica per ragioni di salute. I fatti in quella circostanza lo hanno smentito».

Infine l’elezione di Biden negli USA ha finalmente ottenuto il riconoscimento russo. Cosa pensa che possa cambiare nei rapporti tra Russia e Stati Uniti a breve medio termine a seguito dell’elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca?

«Al Cremlino sperano di ristabilire almeno l'accordo sugli armamenti nucleari per evitare una nuova corsa agli armamenti che avrebbe conseguenze negative, non solo per la Russia. Ma a Mosca si è consolidata una certezza: i rapporti con l'Occidente non saranno più gli stessi. Il che vale persino per gli ambienti della diplomazia, da sempre più flessibili rispetto a quelli di ministeri ’forti’ come Interni e Difesa».

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