«Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»

L’analisi

L’intervista a Silvia Colombo, esperta di Medio Oriente all’IAI di Roma, in seguito alle esplosioni avvenute a Beirut - FOTO

 «Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»

«Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»

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«Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»

 «Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»
Il porto di Beirut è diventato un ammasso di lamiere e macerie dopo le devastanti esplosioni avvenute martedì 4 agosto. ©EPA/IBRAHIM DIRANI / DAR AL MUSSAWIR

«Il Libano è vittima di un’élite politica accusata di corruzione e malaffare»

Il porto di Beirut è diventato un ammasso di lamiere e macerie dopo le devastanti esplosioni avvenute martedì 4 agosto. ©EPA/IBRAHIM DIRANI / DAR AL MUSSAWIR

Silvia Colombo è ricercatrice responsabile del programma «Mediterraneo e Medio Oriente» presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Abbiamo sentito le sue valutazioni sulla grave crisi in cui è piombato il Libano da mesi, aggravata ora dalle micidiali esplosioni avvenute martedì nel porto di Beirut in cui sono morte almeno 137 persone e 5.000 sono rimaste ferite.

Secondo Al Jazeera funzionari doganali avevano avvertito le autorità libanesi del grave pericolo rappresentato dal nitrato di ammonio presente in un magazzino del porto. Come spiegare una così grave incuranza da parte del Governo?

«Il Libano è sempre stato, da certi punti di vista, uno Stato molto disfunzionale. Accuse di corruzione, clientelismo e malaffare hanno sempre caratterizzato le élite al potere fin dalla metà degli anni Cinquanta ad oggi. Per cui è possibile che una cosa macroscopica come un deposito con agenti chimici pericolosissimi lasciati a marcire per molti anni, sia finita nei gangli di una burocrazia strangolante. Il Governo che si è insediato un anno e mezzo fa aveva cercato di ridare un po’ di respiro al Paese, ma si è trovato a fare i conti con una gravissima crisi economica e del debito che ha avuto dei risvolti importanti anche a livello sociale. Poi la situazione si è ulteriormente aggravata con l’emergenza coronavirus, aumentando le grosse disuguaglianze che ci sono nel Paese».

Come vede oggi il Libano?

«La classe dirigente si mostra incapace di affrontare le gravi difficoltà con cui è confrontato il Libano in quanto è sempre alle prese con lotte interne per il potere, clientelismo e settarismo, nonché distribuzione delle cariche sulla base di favori personali. Ciò determina una incapacità a mettere mano e risolvere i problemi strutturali del Paese. Per cui oggi vedo il Libano profondamente ferito, in quanto Beirut e il suo porto sono il motore fondamentale per questo Paese. Ricordiamo che il Libano importa praticamente tutto ciò di cui ha bisogno la popolazione, dai medicinali ai beni di prima necessità. Non vi è un settore agricolo e non vi è un settore industriale sufficientemente forte. Tutto viene importato e di conseguenza i due grossi porti del Libano sono fondamentali. Ora quello principale di Beirut è andato distrutto, per cui il Paese ha perso un’infrastruttura fondamentale e questo avrà delle ripercussioni pesantissime».

Cosa dobbiamo aspettarci ora?

«Si parla di un’inflazione che andrà alle stelle, e già era molto alta nelle ultime settimane. Si è sempre parlato della capacità dei libanesi di superare periodi molto bui come quello della guerra civile dal 1975 al 1990, oppure l’aggressione militare dello Stato ebraico nel 2006 (a seguito di un attacco di Hezbollah a una pattuglia israeliana ndr). La resilienza dei libanesi ha permesso al Paese di non subire tracolli tempo addietro, ma in realtà ha perpetuato delle disfunzionalità che ormai sono diventate profonde e croniche. La paurosa esplosione di martedì rappresenta una sorta di campanello d’allarme che indica al Paese che è quasi fuori tempo massimo».

Tante le voci di solidarietà nel mondo nei confronti del Libano, ma oggi su chi può contare il Paese per riemergere dalle sabbie mobili?

«Sarei tentata di dire che se il Libano potesse camminare con i suoi piedi andrebbe molto più lontano, in quanto i partner e gli alleati che a volte hanno cambiato bandiera molto velocemente, non hanno fatto grandi favori al Libano. Però è difficile pensare a una politica estera libanese indipendente da condizionamenti esterni, in quanto il Paese non ha mai avuto la capacità di sfuggire a queste pressioni. Nel primo decennio del 2000 e dopo le primavere arabe il Libano è stato sotto una forte tutela da parte dell’Arabia Saudita che durante il premieriato di Saad Hariri aveva costituito un proprio feudo all’interno del Paese. Mentre negli ultimi anni è stato il Qatar ad aumentare la propria esposizione in Libano anche con aiuti alle banche libanesi».

Venerdì 7 agosto è attesa la sentenza del processo per l’attentato che nel 2005 causò la morte dell’ex premier Rafic Ariri. Vede possibili legami con l’esplosione di martedì scorso?

«In questo momento le congetture si stanno muovendo in tutte le direzioni. Io non mi sento di escludere questa ipotesi, però allo stesso tempo mi sembra che al momento non vi sia un chiaro collegamento tra i due fatti. Sicuramente questo processo è un passaggio molto delicato per il Libano, e vi è il rischio che intensifichi i contrasti tra i gruppi della popolazione su base settaria. Come verrà sfruttata questa fase e che tipo di messaggio le élite libanesi saranno in grado di dare in queste ore e in questi giorni, anche prima dell’appuntamento di venerdì, sarà fondamentale per permettere al Paese di non sprofondare ancora di più, con il rischio di un conflitto interno. Vi è inoltre la possibilità di uno sfruttamento, da parte di attori esterni, di questa estrema debolezza del Libano».

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