Il «vaccino dei popoli» e il danno d’immagine

Lo studio

Un rapporto di Amnesty International denuncia le «grossolane disuguaglianze» tra Paesi ricchi e poveri circa la fornitura dei preparati anti-COVID – Su 5,76 miliardi di dosi somministrate in tutto il mondo solo lo 0,3% è destinato ai Paesi a basso reddito – Sarah Rusconi: «Cosa se ne fanno di scorte che corrispondono a nove volte la popolazione che dovrebbero vaccinare?»

Il «vaccino dei popoli» e il danno d’immagine
© AP/Ariana Cubillos

Il «vaccino dei popoli» e il danno d’immagine

© AP/Ariana Cubillos

Pfizer e BioNTech hanno consegnato nove volte più vaccini alla sola Svezia che a tutti i Paesi a basso reddito messi insieme. Su 5,76 miliardi di dosi somministrate in tutto il mondo, solo lo 0,3% è stato destinato ai Paesi a basso reddito, mentre oltre il 79% è stato destinato ai Paesi a reddito medio-alto e alto. Il risultato di questa «ineguale arrampicata», per citare la rivista «Nature», è traducibile, molto semplicemente, in meno dell’1% della popolazione dei Paesi poveri vaccinata contro il 55% dei Paesi ricchi. Sullo sfondo di queste «grossolane disuguaglianze», BioNTech, Moderna e Pfizer presumibilmente aumenteranno i loro introiti di 130 miliardi di dollari entro la fine del 2022. Queste cifre, snocciolate in un ricco rapporto di Amnesty International, sono state ricavate dall’analisi della distribuzione dei vaccini, della produzione prevista e delle previsioni di reddito di sei aziende farmaceutiche (Pfizer, BioNTech, Moderna, Johnson&Johnson, Astrazeneca e Novavax) che hanno nelle loro mani il destino di miliardi di persone.

E se la scienza avanza davvero quando la conoscenza è condivisa, ci si potrebbe chiedere, di fronte a queste cifre, se non si stia imboccando unicamente la strada del profitto a discapito di altre questioni di carattere etico. Un punto, questo, denunciato a gran voce da Amnesty International dopo che i colossi farmaceutici «si sono rifiutati di rinunciare ai brevetti e di condividere la tecnologia dei vaccini alimentando una crisi dei diritti umani senza precedenti».

Fonte: Our World In Data
Fonte: Our World In Data

Si sta salvando la parte ricca del mondo?
Le cifre, dicevamo. Sì, perché la differenza fra «noi» e «loro» è così abissale che «fa paura e preoccupa», commenta la portavoce di Amnesty International per la Svizzera italiana Sarah Rusconi. I profitti non dovrebbero mai avere la priorità sulle vite umane, denunciava a gran voce l’organizzazione. Una frase che in tempi di «accaparramento» ci restituisce una cruda realtà. «I morti in quei Paesi ‘‘lontani’’, come ci rasserena pensare, muoiono in condizioni doppiamente peggiori rispetto a quelli vicino a noi – ricorda Rusconi –, basti pensare allo stato di salute delle strutture ospedaliere: mancano ossigeno, attrezzature, personale e posti letto». Questo blocco del trasferimento di conoscenze da parte di Big Pharma e «il gioco d’azzardo a favore degli Stati ricchi» hanno «prodotto una carenza di vaccini prevedibile e devastante per tanti altri». E questa situazione, spiega nel rapporto il responsabile per la campagna Amnesty International Svizzera Pablo Cruchon, sta facendo sprofondare parti dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia in nuove crisi, spingendo sistemi sanitari già indeboliti al limite e causando ogni settimana decine di migliaia di morti evitabili. E pensare che prima dell’immissione sul mercato dei preparati si è parlato di distribuzione equa del «vaccino dei popoli».

© EPA
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E le dosi in eccesso?
Il rapporto di Amnesty International parla soprattutto di un «quadro desolante» di un’industria, quella farmaceutica, che sta venendo meno alle proprie responsabilità in materia di rispetto e diritti umani. Al netto che una mobilitazione scientifica tanto globale quanto rapida contro lo stesso patogeno non si era mai vista e che il vaccino sta trainando gran parte della popolazione mondiale fuori dal tunnel pandemico, le grandi aziende farmaceutiche sono state investite da un danno d’immagine non indifferente. Ma questo smacco, per Sarah Rusconi, interessa relativamente poco alle case farmaceutiche perché, banalmente, «fatturano lo stesso e sono sicure di vendere». «Sono mesi che chiediamo la condivisione delle conoscenze – prosegue – ma non hanno intenzione di cambiare rotta. È importante, però, sottolineare un aspetto non da poco. Neanche gli Stati ricchi stanno facendo una gara a chi condivide prima le dosi in eccesso. Cosa se ne fanno di scorte che corrispondono a nove volte la popolazione che dovrebbero vaccinare?».

Per dovere di cronaca, è bene ricordare che a fine agosto la Svizzera ha terminato l’iter burocratico per donare 4 milioni di dosi AstraZeneca (mai approvate dalle autorità competenti elvetiche) al progetto internazionale Covax che punta a una distribuzione equa delle dosi nel mondo. Detto ciò, la portavoce di Amnesty International per la Svizzera italiana rileva un aspetto paradossale che fotografa la disuguaglianza nella fornitura del vaccino. «Abbiamo una fetta della popolazione mondiale che sta ancora aspettando la prima dose, mentre altri Paesi hanno già iniziato a somministrare la terza, nonostante l’OMS freni su questo aspetto».

Intanto, proprio oggi la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato «una nuova partnership con gli Stati Uniti per aiutare a vaccinare il mondo» che mira a «un tasso di vaccinazione globale del 70% entro UNGA 2022 (Assemblea generale dell’ONU, ndr)». Inoltre, cinguetta ancora von der Leyen, «UE e USA lavoreranno insieme per aumentare la produzione di vaccini nei Paesi a reddito medio-basso. L’UE sta già investendo più di 1 miliardo di euro in Africa per aiutare a portare la tecnologia dell’mRNA nel continente».

Il presidente americano Joe Biden, dal canto suo, ha ribadito che gli Stati Uniti doneranno altre 500 milioni di dosi ai Paesi più poveri.

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