«In Italia eseguiti 8.600 test, in Francia meno di 500»

Epidemia

Il virologo Francesco Broccolo: «Da noi tanti casi perché li stiamo cercando: su 100 infetti, 80 hanno lievi sintomi e 4 non hanno segni» - In Svizzera analizzati circa 300 campioni

 «In Italia eseguiti 8.600 test, in Francia meno di 500»
©AP Photo/Antonio Calanni

«In Italia eseguiti 8.600 test, in Francia meno di 500»

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Non ci sono ormai dubbi che tutti i casi di infezione da coronavirus Sars-Cov-2 in Italia fossero già lì, «adesso li stiamo individuando. In Italia sono stati fatti almeno 6.500 test (la cifra esatta fornita dalla Protezione civile è 8.600 test, ndr) e meno di 500 in Francia», osserva il virologo Francesco Broccolo, dell’Università Bicocca di Milano. In Svizzera, i campioni finora analizzati sono circa 300, secondo i dati forniti ieri dal consigliere federale Alain Berset.

«Noi che stiamo cercando il virus lo abbiamo trovato ed è questo - aggiunge Broccolo - il primo motivo dell’alta incidenza di nuovi casi». Proprio perché i contagi c’erano già in precedenza, «i casi nel lodigiano possono essere considerati la punta dell’iceberg».

Vale a dire che, se andassimo a cercare il virus con un’indagine a tappeto, «troveremmo casi senza una rilevanza critica importante, anche nei bambini», nei quali il virus non ha finora mostrato di non avere conseguenze rilevanti. Tutti i casi rilevati nelle regioni hanno mostrato di avere un legame con la Lombardia, a eccezione di quelli registrati nel Veneto. Per questo motivo, secondo il virologo italiano, è corretto al momento parlare di due focolai in Italia.

Individuare i casi nelle regioni e ricostruire la rete dei contatti è stato possibile grazie ai laboratori di riferimento locali, dove sono stati fatti i tamponi; quando i test danno esito positivo si procede con la ricerca dei contatti per stringere ogni volta il cerchio intorno al virus: «si fa tutto questo per chiudere prima possibile la catena del contagio».

Come hanno segnalato in questi giorni le autorità sanitarie, fare i test a tappeto probabilmente porterebbe alla luce molti casi positivi non clinicamente rilevati e finirebbe per generare panico e confusione. «Per questo - osserva il virologo - si preferisce concentrare i test solo nelle regioni in cui trovati i casi». Accerchiare il virus permette inoltre di evitare uno scenario nel quale «avremmo molto probabilmente un’epidemia di tipo semi-influenzale, con una catena di contagio che si diffonderebbe».

I cosiddetti ‘casi invisibili’ sarebbero molto numerosi e, secondo uno studio dell’Imperial College di Londra, sarebbero una conseguenza dei primi casi invisibili arrivati dalla Cina nel resto del mondo e che sarebbero due terzi del totale dei casi usciti dalla Cina. «È l’ipotesi più probabile», ha rilevato Broccolo. «Si calcola che gli asintomatici siano circa il 4% rispetto a tutti gli individui con l’infezione», vale a dire che «su 100 infettati 4 non hanno segni, 80 hanno lievi sintomi di raffreddamento e 16 hanno manifestazioni che vanno da moderate-lievi fino alle più gravi».

È ancora alla luce dei casi invisibili che potrebbe trovare una risposta l’altro grande punto interrogativo dell’epidemia in Italia: il «paziente zero» dal quale tutto è iniziato.

Serve chiarezza anche sulle letalità del virus: «il tasso relativo a questo valore è molto teorico quando viene calcolato mentre l’epidemia è in corso». È infatti il rapporto fra il numero dei morti e quello degli infetti» e questi ultimi «sono sempre sottostimati rispetto al numero reale», osserva l’esperto.

«Attualmente il tasso di letalità in Italia viene calcolato del 3%, ma potrebbe essere soggetto a variazioni». Il tasso di diffusione è invece pari a 2,6: «dovremo arrivare - conclude - al di sotto dell’1 per uscire dall’epidemia».

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