«In Libia si sta andando verso la spartizione del Paese»

L’intervista

Giampiero Massolo, diplomatico italiano di carriera, analizza il ruolo dell’Occidente nel conflitto in Nord Africa e nelle tensioni presenti nel Mediterraneo orientale

«In Libia si sta andando verso la spartizione del Paese»
Milizie di Misurata intervenute lo scorso anno per difendere Tripoli dall’avanzata delle truppe del generale Haftar. © EPA/STRINGER

«In Libia si sta andando verso la spartizione del Paese»

Milizie di Misurata intervenute lo scorso anno per difendere Tripoli dall’avanzata delle truppe del generale Haftar. © EPA/STRINGER

Tra i relatori del MEM Summer Summit 2020 organizzato dall’USI per il 29 agosto in versione online, figura anche Giampiero Massolo che ha alle spalle una brillante carriera diplomatica e ora è presidente dell’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) e di Fincantieri S.p.A. Lo abbiamo intervistato sulla crisi libica e il ruolo dei Paesi occidentali.

In Libia la recente iniziativa di pace promossa dall’ONU è stata stroncata dal generale Haftar che ha parlato di marketing mediatico volto a nascondere l’attacco turco a Sirte. Ora chi è in grado di esercitare pressioni su Haftar affinché intraprenda la via del dialogo?

«Oggi il generale libico Haftar è fortemente indebolito in quanto dopo aver convinto vari Paesi, dall’Egitto agli Emirati, di essere in grado di conquistare la Cirenaica e la Tripolitania e di unificare sotto di se il Paese, il suo sforzo militare si è rivelato abbastanza vano. L’intervento turco ha controbilanciato le ambizioni del generale, ma già da prima l’offensiva di Haftar non dava i risultati sperati. Il fatto relativamente nuovo è che la coalizione che sostiene il generale si è incrinata. Haftar era appoggiato soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti che vogliono impedire che si imponga qualsiasi forma di islam politico sulla sponda nord del Mediterraneo. Haftar ora è sconfessato entro certi limiti dall’Egitto che finora risultava tra le potenze protettrici. Ormai si dubita che si possa arrivare a un’intesa che risolva il conflitto libico attraverso una forma di unificazione, quindi sembra profilarsi comodo per tutti una spartizione di fatto della Libia».

E ciò come avverrebbe?

«Attraverso l’accettazione di uno status quo che vede l’influenza turca a ovest e un’influenza egiziana e russa a est. Non a tutti sta bene una tale soluzione, gli Emirati hanno un atteggiamento più intransigente, ma la realtà dei fatti sul terreno porta a questa considerazione».

Romano Prodi ha recentemente ricordato che quando era presidente della Commissione UE aveva proposto di creare delle Università del Mediterraneo. Ma l’iniziativa fu bloccata dai Paesi del nord Europa. Anche oggi la mancanza di unità di intenti nell’UE blocca iniziative per fare uscire l’Africa da guerre e fame?

«L’iniziativa del presidente Prodi che punta sui giovani e sulla formazione, con interventi di cooperazione in loco con la partecipazione dell’UE e dell’ONU, rappresenta un ponte e uno stabilizzatore. Un ponte con l’Africa in generale e in particolare tra l’Africa settentrionale e l’Europa, uno stabilizzatore delle situazioni locali. Purtroppo queste sono delle iniziative che necessitano tempi lunghi e che a volte si scontrano con insuperabili realtà sul terreno che portano in primo piano priorità diverse da quelle di lungo periodo. Sono spesso priorità immediate di sopravvivenza, di lotta per il potere e anche di infiltrazioni di terroristi jihadisti».

Ma per stabilizzare queste situazioni cosa bisognerebbe fare?

«Il conflitto intralibico ha anche una forte valenza regionale. Vi sono due schieramenti che si oppongono ormai in tutta l’area del Mediterraneo: dalla guerra in Siria, al Libano, al Mediterraneo orientale con la cosiddetta lotta delle trivelle (tra Turchia, Grecia e Cipro ndr). Da un lato abbiamo Egitto, Emirati ed Arabia Saudita, dall’altro Turchia e Qatar. Vi è poi l’aspetto globale che include Stati Uniti e Russia. Mosca è molto veloce a riempire i vuoti che l’Occidente le lascia, mentre Washington solo ora sembra riscoprire l’importanza della Libia e del Mediterraneo orientale come crisi sistemiche. Solo una diplomazia molto attiva che coinvolga chi influisce da fuori sul terreno, ossia quel gruppo di Paesi che ho appena nominato, potrebbe, sotto la pressione degli Stati Uniti, creare un meccanismo internazionale in grado di gestire una crisi che rischia di andare fuori controllo. L’UE avrebbe qui un ruolo rilevante. Penso in particolare all’Italia e alla Francia, i Paesi con più interessi in Libia, e alla Germania che è titolare del processo di Berlino (avviato nel gennaio del 2020 con lo scopo di raggiungere un cessate il fuoco duraturo in Libia ndr). Se questi tre Paesi procedessero con una forte intesa tra loro, insieme agli Stati Uniti, potrebbero essere il motore che riporta l’Occidente nella gestione della crisi libica e di quelle mediterranee, per cercare di creare quel meccanismo internazionale di cui parlavo».

Lei ha accennato al ruolo degli Stati Uniti. Abbiamo visto che con la presidenza Trump il Paese si è chiuso su se stesso. Potrebbe cambiare molto la politica USA nel Mediterraneo e nel Nord Africa se Biden diventerà il nuovo inquilino della Casa Bianca?

«Intanto un’amministrazione democratica, è nel suo DNA, procederà rinforzando e ristabilendo una concertazione assidua con gli alleati, cosa che non è sempre stata il caso con l’amministrazione Trump. Detto questo non è necessariamente vero che l’amministrazione Trump abbia voltato le spalle alla regione. È stata presente a modo suo, nel senso che ha fin dall’inizio cambiato il paradigma, dando la priorità strategica nella regione alla soluzione del conflitto israelo-palestinese e al respingimento delle ambizioni espansionistiche iraniane. Questo è stato un cambio di prospettiva rilevante che ha provocato un riallineamento delle alleanze. Gli Stati Uniti sono tornati verso le alleanze tradizionali, con Israele e con i Paesi sunniti e ciò ha in qualche modo fatto sì che alcuni processi che erano già in atto si siano ulteriormente sviluppati. Abbiamo visto che l’Arabia Saudita, gli Emirati, forse l’Oman e il Bahrein si sono riavvicinati a Israele in funzione anti-iraniana. La causa palestinese è diventata meno dirimente nei loro rapporti con Israele. Il fronte comune di questi Paesi si è rivolto verso Teheran e verso la Turchia per cercare di contenere l’espansionismo e le ambizioni dell’una e dell’altra. Washington ha dunque battuto un colpo piuttosto rilevante nella regione».

Con quale obiettivo?

«Sia per tornare alle alleanze tradizionali, sia per contenere la Russia. Non si può quindi dire che gli Stati Uniti con Trump abbiano abbandonato la regione. Gli USA hanno piuttosto avuto un diverso modo di essere presenti. L’amministrazione Biden non potrà non tenerne conto. Difficilmente potrà tornare alla logica di Obama nei confronti dell’Iran, difficilmente Biden potrà accettare acriticamente l’espansionismo della Turchia. Farà tutto questo, come dicevo, in concertazione maggiore con i Paesi europei».

Cosa può invece dirci sul ruolo della Cina nella regione? È destinato a ridimensionarsi?

«La Cina lavora sui tempi lunghi nel senso che quello che in questo momento è in atto da parte di Pechino è più un tentativo di espandere le proprie sfere di influenza attraverso progetti economici e infrastrutturali. Indubbiamente anche la Cina ha i suoi problemi in questo momento. Pechino lavora sui tempi lunghi sfruttando un’influenza sia lungo tutta la Via della seta che arriva al Mediterraneo, sia nell’Africa meridionale che non va sottovalutata».

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