«In Perù il voto per Castillo è stato un voto contro uno Stato latitante»

L’intervista

Le valutazioni di Patricio Navia, professore dell’Università di New York esperto di America Latina

«In Perù il voto per Castillo è stato un voto contro uno Stato latitante»
Sostenitori della candidata presidenziale Keiko Fujimori manifestano a Lima denunciando presunte frodi a beneficio del candidato della sinistra Pedro Castillo che ha vinto il ballottaggio con poco più di 71 mila voti di vantaggio. ©EPA/Paolo Aguilar

«In Perù il voto per Castillo è stato un voto contro uno Stato latitante»

Sostenitori della candidata presidenziale Keiko Fujimori manifestano a Lima denunciando presunte frodi a beneficio del candidato della sinistra Pedro Castillo che ha vinto il ballottaggio con poco più di 71 mila voti di vantaggio. ©EPA/Paolo Aguilar

In Perù il leader della sinistra Pedro Castillo ha vinto le presidenziali con uno scarto ridotto sulla candidata della destra Keiko Fujimori che chiede l’annullamento dei voti di oltre 800 seggi. Sulle tensioni politico-sociali in Perù e in altri Paesi del Sudamerica abbiamo sentito il professor Patricio Navia dell’Università di New York.

Nelle presidenziali i peruviani potevano scegliere tra diversi candidati. Perché alla fine i più votati sono stati due politici con due visioni estreme del Paese?
«In effetti per le elezioni presidenziali peruviane vi erano dei candidati più accettabili e su posizioni più moderate rispetto all’insegnante e leader sindacale Pedro Castillo e a Keiko Fujimori, figlia dell’​ex dittatore Alberto Fujimori. Però nel primo turno delle presidenziali il voto moderato si è ripartito su vari candidati e così alla fine i più votati sono risultati Castillo e Fujimori».

Se Castillo venisse confermato presidente, il Perù rischierebbe di venire attirato nell’orbita dei Paesi solidali con Cuba, come il Venezuela e la Bolivia?
«Direi di no, in quanto Castillo si differenzia un po’ dai leader dei Paesi sudamericani solidali con Cuba. Con Castillo alla presidenza il Perù dovrà sicuramente affrontare una fase difficile, ma Castillo non può essere considerato un politico alleato di Cuba. Il successo elettorale di questo leader sindacale va ricercato nella rabbia di molti peruviani per la latitanza dello Stato. In questo Paese, per fare un esempio, è morta molta gente a causa del coronavirus in quanto gli ospedali non disponevano dell’ossigeno necessario per i malati in gravi condizioni. Per cui il voto a favore di Castillo è più un voto di protesta che un segnale che la popolazione voglia seguire l’esempio di Cuba o del Nicaragua».

Il Perù negli ultimi anni ha avuto un buon sviluppo economico, ma persistono forti diseguaglianze sociali. Anche ciò ha favorito il successo elettorale di Castillo?
«Sì, in Perù vi è stata una buona crescita economica e si è ridotta in modo notevole la disoccupazione, però la mancanza di uno Stato in grado di creare una rete di protezione sociale è diventata evidente con lo scoppio della crisi del coronavirus. In effetti si è scoperto che non c’erano neppure ospedali in grado di accogliere i malati. Per cui si è ridotta la povertà ma le diseguaglianze persistono, e la gente ha la percezione che il sistema non funziona bene per tutti».

Forti differenze economico-sociali si riscontrano in vari paesi latinoamericani. Perché è così difficile risolvere questo problema?
«Perché le diseguaglianze economiche sono causate in buona misura dalla mancanza di uguali opportunità per la popolazione e per le diseguaglianze nell’accesso all’educazione di qualità. Per cui ci sono zone dell’America Latina dove la gente sta molto bene e dove è cresciuto molto il settore delle esportazioni, mentre ci sono aree che restano emarginate. Il Nord del Messico, ad esempio, si è incorporato bene nel commercio mondiale grazie alle fabbriche che producono per gli Stati Uniti. Mentre il Sud del Messico continua a restare povero. In Perù la zona costiera si è sviluppata molto, però le zone montane sono rimaste emarginate».

Vi è dunque un problema di sviluppo interno all’origine del malcontento popolare?
«Sì. Già negli anni Cinquanta vi era un economista che diceva che il Brasile in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Belindia, in quanto c’erano parti del Brasile che erano sviluppate come il Belgio e vi erano altre zone del Paese che erano poco sviluppate come l’India».

In Europa è da anni che si cerca di favorire lo sviluppo delle zone più arretrate grazie a grossi investimenti. Perché in Sudamerica ciò non è possibile?
«Perché in Europa ci sono Paesi molto ricchi, la Germania in particolare, che hanno spinto lo sviluppo del resto del continente. In America Latina non c’è un Paese come la Germania, in grado di spingere lo sviluppo negli altri Stati. In Brasile ci sono industrie e commerci ben sviluppati, ma questo Paese deve anche fare i conti con un elevato livello di povertà e con grandi diseguaglianze sociali, per cui non ci si può attendere che il Brasile fornisca soluzioni ai problemi del resto dell’America Latina, quando non è in grado di risolvere gli stessi problemi in casa propria».

L’instabilità politica che colpisce diversi Paesi sudamericani ha un rimedio o continuerà a bloccare lo sviluppo della regione?
«Credo che l’instabilità politica sia la conseguenza delle diseguaglianze sociali. L’instabilità politica è un sintomo delle diseguaglianze, e se queste ultime non saranno corrette sistematicamente, continueremo con l’instabilità politica».

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