Israele ammassa le truppe al confine con Gaza

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L’esercito ha fatto sapere che i piani per un ingresso via terra nella Striscia sono già pronti: la guerra con Hamas rischia così di scivolare in uno scontro diretto sul campo

Israele ammassa le truppe al confine con Gaza
© AP/Khalil Hamra

Israele ammassa le truppe al confine con Gaza

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Israele ammassa le truppe al confine con Gaza e richiama altri riservisti: i piani per un ingresso via terra nella Striscia, ha fatto sapere oggi l’esercito, sono già pronti. La guerra con Hamas - mentre continuano i raid e il lancio di razzi su Tel Aviv e vicino agli aeroporti israeliani - rischia così di scivolare in uno scontro diretto sul campo.

Al quarto giorno di conflitto le chance di un cessate il fuoco imminente appaiono ridotte al lumicino. La comunità internazionale, malgrado gli appelli alla de-escalation e qualche timido tentativo di mediazione, sembra assistere impotente. L’unico deterrente ad una possibile invasione di terra potrebbe essere la grave situazione che Israele sta affrontando al suo interno, con le violenze incessanti tra ebrei ed arabi: un secondo fronte imprevisto e foriero di sviluppi devastanti.

Che l’ingresso diretto a Gaza sia comunque un’opzione sul tavolo lo ha confermato il portavoce militare Hudai Zilberman, spiegando che le truppe ammassate al confine «si stanno preparando, stanno studiando il campo ed entreranno in azione quando sarà deciso». La decisione in queste ore drammatiche è al vaglio del governo. Nel frattempo, dopo le 5 mila unità dei giorni scorsi, l’esercito ha disposto il richiamo di altri 7 mila riservisti, privilegiando tuttavia esperti di Iron Dome e di intelligence, lasciando fuori fanteria e truppe corazzate che sono già schierate sul fronte di Gaza.

Finora dalla Striscia sono piovuti su Israele circa 1600 razzi, anche di nuova concezione, accompagnati dalla novità dei droni esplosivi. Razzi che hanno bersagliato il sud e le zone centrali del Paese. L’aviazione ebraica ha risposto con circa 600 attacchi, soprattutto contro la catena di comando e di intelligence di Hamas e della Jihad e contro i lanciatori di missili anti-tank: 60-70 i miliziani uccisi, secondo il resoconto dei militari. In particolare è stata centrata una struttura dei servizi di Hamas con «dozzine di terroristi operativi» all’interno. Un edificio, hanno spiegato ancora i militari, che serviva come comando principale per la sua rete di sorveglianza. Il bilancio, secondo il ministero della Sanità di Gaza, è salito a 87 morti (compresi 17 bambini e 7 donne), con quasi 500 feriti.

Hamas, hanno sottolineato gli esperti, sta mostrando una crescente e innovativa capacità di fuoco, usando tra l’altro - come ha rivelato Abu Obeida, portavoce delle Brigate al-Qassam, ala militare dell’organizzazione - i nuovi razzi denominati ‘Ayash250’, che avrebbero una gittata di 250 chilometri. Sono questi ad essere stati lanciati verso l’aeroporto internazionale Ramon, a nord di Eilat, e piuttosto distante dalla Striscia. Minaccia che ha portato le maggiori compagnie aeree europee e americane a sospendere i voli per l’aeroporto Ben Gurion almeno fino a sabato.

Ma a preoccupare la leadership israeliana sono anche - o forse soprattutto - le violenze che da giorni, a partire dagli scontri di Gerusalemme, stanno infiammando le città miste con una vera e propria caccia all’uomo tra ebrei e arabi e tentati linciaggi da entrambe le parti. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha quindi ordinato «un massiccio rinforzo» delle forze di polizia nel tentativo di raffreddare «gli attacchi contro civili ebrei ed arabi».

«Siamo in stato di emergenza», ha detto Gantz, che ha disposto il rinforzo di 10 battaglioni della polizia di frontiera. «Nessun soldato - ha tuttavia precisato - sarà coinvolto in queste attività, visto che non fanno parte della missione dell’esercito». Una politica non condivisa dal premier Benjamin Netanyahu che invece da Lod - cittadina scintilla delle violenze - ha annunciato che per sedare i disordini Israele potrebbe «fare ricorso ad arresti amministrativi (ossia non convalidati da un giudice, ndr) ricorrendo anche ai soldati, come peraltro avviene anche in altri Paesi».

Fatto sta che i disordini continuano a dilagare da sud a nord: da Bat Yam a Haifa, da Tiberiade al Negev alla periferia di Tel Aviv, fino ad Acco (S. Giovanni d’Acri), dove nei giorni scorsi è stato appiccato il fuoco ad uno dei più famosi ristoranti della città, ‘Uri Buri’, di proprietà di un ebreo. Lo stesso è avvenuto per negozi e proprietà arabe. Una spirale difficile da contenere.

Sul fronte politico infine sembra allontanarsi un governo di unità anti-Netanyahu. Il leader di Yamina Naftali Bennett stasera ha escluso di poter far parte di un esecutivo con Yair Lapid. Secondo alcuni media anzi Bennett riprenderà i colloqui proprio con il Likud di Netanyahu. La decisione pare legata proprio ai disordini tra arabi ed ebrei: al governo alternativo a Netanyahu si accreditava la possibilità che potesse essere sostenuto dall’esterno dai partiti arabi.

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