Italia, primo sì a suicidio assistito ma dubbi sul farmaco

Diritti

Mario, 43 anni e tetraplegico da 11 dopo un incidente in auto, è la prima persona ad aver ottenuto il via libera

Italia, primo sì a suicidio assistito ma dubbi sul farmaco
© CdT/Chiara Zocchetti

Italia, primo sì a suicidio assistito ma dubbi sul farmaco

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«Ora mi sento più leggero». È contento Mario, nome di fantasia, quando gli comunicano che dopo oltre un anno di battaglie ha ottenuto finalmente il via libera a «porre fine alle sue sofferenze».

Marchigiano di 43 anni e tetraplegico da 11 dopo un incidente in auto, completamente paralizzato dalle spalle ai piedi, è lui il primo malato ad aver ottenuto il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia, annuncia l’Associazione Luca Coscioni che lo sta supportando.

È l’associazione a spiegare che il Comitato Etico dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale Marche (Asur) ha riscontrato che l’uomo rientra nelle condizioni stabilite dalla Consulta, dopo la sentenza ‘Cappato-Dj Fabo’, per l’accesso al suicidio assistito: è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.

La notizia arriva quando a Roma in Parlamento si cerca ancora di riempire il vuoto legislativo dopo la sentenza della Consulta. Mentre sul caso di Mario si fa sentire anche la voce della Pontificia Accademia per la vita: «Meglio le cure palliative. Incoraggiare a togliersi la vita non è l’unica via», spiega.

E sempre nelle Marche c’è anche un secondo caso da un anno in attesa di una chiamata per la verifica delle condizioni: è Antonio, anche lui tetraplegico dopo un incidente stradale, avvenuto 8 anni fa. Sempre nelle Marche viveva, a Senigallia, anche Max Fanelli, malato di Sla e protagonista della battaglia per la legge sul fine vita, morto nel 2016. Nel 2013 aveva fatto ricorso al suicidio assistito, in Svizzera, l’ex assessore del Comune di Jesi Daniela Cesarini, di Rifondazione comunista, che per andarsene aveva scelto la data emblematica del 25 aprile.

Anche per loro parla oggi Mario: «Sono stanco. Voglio essere libero di scegliere», dice con fatica in un video messaggio. La richiesta era stata avanzata oltre un anno fa all’azienda ospedaliera locale per verificare le condizioni legali di accesso al suicidio assistito. Dopo il diniego dell’Asur Marche, due pronunce del Tribunale di Ancona e due diffide legali all’Asur, arriva il parere.

Ma la battaglia sembra non sia finita qui. «Sarà il Tribunale di Ancona a decidere», dice la Regione Marche. Pesano le incognite su procedure e farmaci. A sottolinearlo è sempre la Regione citando il documento del Comitato che «ha sollevato dubbi sulle modalità e sulla metodica del farmaco che il soggetto avrebbe chiesto (il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi), senza specificare come dovesse essere somministrato)».

Mario è «capace di intendere e di volere», ma, specifica l’assessore regionale alla Sanità, Filippo Saltamartini «non motiva i presupposti» legati al farmaco. Tra le questione anche il rifiuto di cure palliative «in base a sensazioni di dolore soggettive». Il Comitato, inoltre, «ha ritenuto non essere di sua competenza l’eventuale individuazione di altre modalità per assicurare il decesso dell’interessato».

L’Ass.Coscioni va avanti. «Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco per il suicidio assistito idoneo per Mario», dice Filomena Gallo. Mentre Marco Cappato, parla di «trappola burocratica».

«Il tribunale - precisano in serata Gallo e Cappato - si è già espresso lo scorso 9 giugno con un’ordinanza immediatamente applicativa, passata in giudicato e definitiva» per la verifica delle 4 condizioni per accedere al sucidio assistito.

«Il Comitato lo ha fatto ma non ha validato le modalità tecniche per l’autosomministrazione del farmaco. Ciò che la Regione non dice è che la responsabilità di definire le procedure tecniche non è del malato, ovviamente, ma del Servizio Sanitario, che però si rifiuta di farlo», dicono Gallo e Cappato annunciando azioni per far rispettare il diritto di Mario.

«Nessuno può dirmi che non sto troppo male per continuare a vivere in queste condizioni. Si mettano da parte ideologie, ipocrisia, indifferenza - dice Mario - ognuno si prenda le proprie responsabilità perché si sta giocando sul dolore dei malati».

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