L’America di Trump travolta dal coronavirus

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Le ultime settimane del tycoon alla Casa Bianca rischiano di essere ricordate tra le più buie della storia statunitense, con una crisi politica mai vista che paralizza un Paese travolto da una pandemia senza precedenti

L’America di Trump travolta dal coronavirus
© Tom Stromme/The Bismarck Tribune via AP

L’America di Trump travolta dal coronavirus

© Tom Stromme/The Bismarck Tribune via AP

Le ultime settimane di Donald Trump alla Casa Bianca rischiano di essere ricordate tra le più buie della storia statunitense, con una crisi politica mai vista che paralizza un Paese travolto da una pandemia senza precedenti. Il coronavirus negli Stati Uniti ha ormai ucciso oltre 250’000 persone, ad un ritmo di quasi 2000 vittime al giorno nell’ultima settimana. I contagi dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono quasi 12 milioni, con un boom di casi negli ultimi dieci giorni.

E per esperti del calibro di Anthony Fauci negli Usa, a differenza dell’Europa, potrebbe trattarsi ancora di una coda della prima ondata. Probabilmente lo scotto da pagare per non aver mai adottato un vero lockdown a livello nazionale.

Di fronte a un simile scenario, lo stallo politico che produce l’assenza di una risposta federale forte e determinata si fa intollerabile. Trump continua a rifiutare la concessione della vittoria a Joe Biden, di fatto bloccando la transizione e il passaggio dei poteri verso la nuova amministrazione. E il presidente eletto lancia l’allarme: «Se non agiamo subito si perderanno settimane, se non mesi, anche sul fronte della distribuzione del vaccino. E ci saranno molti più morti».

Secondo le previsioni dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc, la massima autorità sanitaria), le vittime potrebbero arrivare a 300’000 già a fine anno. Ma nella Casa Bianca di Trump tali preoccupazioni sembrano cadere ancora una volta nel vuoto: «I vaccini - ha twittato - arriveranno rapidamente, i medicinali ora a disposizione sono fantastici, e il tasso di mortalità è in calo dell’85%».

Un rapporto della task force da lui stesso nominata, però, dipinge un quadro ben diverso: la diffusione del contagio in questo momento si è fatta più che mai «aggressiva, inarrestabile». Il testo, tenuto segreto ma venuto a galla grazie a una fuga di notizie, prosegue affermando che «non ci sono segni di miglioramento ma, piuttosto, quelli di un ulteriore deterioramento della situazione». Il motivo è presto spiegato: «Gli attuali sforzi di mitigazione sono inadeguati e devono essere accresciuti».

Mentre le imminenti vacanze legate alla Festa del ringraziamento, quando di solito milioni di americani si spostano da una parte all’altra del Paese, vengono vissute dagli esperti come un incubo. Tanto che oggi è stato fortemente raccomandato alla gente di non viaggiare.

Gli Stati più colpiti in questa fase sono quelli del Midwest e della regione delle Grandi Pianure. Stati come il South e North Dakota, oppure l’Oklahoma e il Kentucky, che mesi fa erano stati più risparmiati dal virus rispetto alle grandi metropoli delle coste orientale e occidentale, e dove l’approccio all’emergenza sanitaria è stato finora più light.

Ma la grande paura sta tornando anche a New York e nelle grandi aree metropolitane della California. Nella Grande Mela il sindaco Bill de Blasio, di fronte a un tasso di positività dei test che ha raggiunto il 3%, ha nuovamente chiuso le scuole, annunciando a breve altre restrizioni come la chiusura delle sale interne dei ristoranti e di altre attività, come avvenne a marzo. E a Los Angeles è già tutto pronto per il coprifuoco, col governatore della California Gavin Newsom che ha parlato della necessità di attivare un «freno di emergenza» in tutto lo Stato, compresa la possibilità di nuovi decreti per imporre lo «stay at home» (rimanere a casa).

Ma la vera sfida è quella di arrivare finalmente ad un piano di emergenza nazionale per la lotta al virus, una strategia che non lasci le decisioni più importanti ai singoli Stati ma dia delle direttive federali obbligatorie valide per il Paese intero. Quello che Trump non ha voluto mai prendere in considerazione finora e che invece Biden avrebbe già pronto: mascherine obbligatorie ovunque, regole sul distanziamento sociale uguali per tutti, restrizioni mirate delle attività fino alla possibilità di veri e propri lockdown, evitando il più possibile gli spostamenti interni tra Stato e Stato.

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