L’incontro del G7: verso rapporti più costruttivi

relazioni internazionali

Il segretario di stato USA Antony Blinken ha sottolineato l’ambizione di Biden di ridare respiro multilaterale alla politica estera di Washington

L’incontro del G7: verso rapporti più costruttivi
© AP/Ben Stansall

L’incontro del G7: verso rapporti più costruttivi

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I ministri degli Esteri del G7 tornano attorno a un stesso tavolo a Londra, guardandosi negli occhi dietro le mascherine dopo un anno di emergenza COVID e con la nuova amministrazione USA di Joe Biden decisa a rovesciare le carte su molti dossier rispetto a quella del suo predecessore, Donald Trump.

In un clima nel quale il linguaggio del bastone e della carota viene fatto risuonare dall’esordiente segretario di Stato USA Antony Blinken nei riguardi sia della Corea del Nord, sia della Cina. Mentre con la Russia di carote al momento non se vedono. Il rappresentante degli Stati Uniti ha fatto sapere che l’amministrazione Biden si riserva il diritto di «rispondere» a quelli che bolla come i comportamenti «scriteriati e aggressivi della Russia». Ma non intende alimentare «un’escalation» e non rinuncia a sperare in rapporti più costruttivi.

Ospite del padrone di casa Dominic Raab, messo dal premier britannico Boris Johnson alla guida del Foreign Office per meriti brexiteer, Blinken non ha perso tempo a prendere il centro della scena per sottolineare l’ambizione del nuovo presidente di ridare respiro multilaterale alla politica estera di Washington. E naturalmente di rivendicare per sé il ruolo guida.

Ambizione emersa sia in dichiarazioni rilasciate alla partenza sui rapporti con Pechino; sia in una serie di primi colloqui bilaterali avuti all’arrivo sulla questione nordcoreana; sia nella cena offerta in serata da Raab per un primo incontro collettivo a sette (anzi a otto, contando l’alto rappresentante della politica estera di Bruxelles, Josep Borrell).

Domani, con la prima sessione ufficiale dei lavori, sono previsti approfondimenti cruciali sulla Russia, bersaglio di una battaglia ormai muro contro muro a colpi di sanzioni alimentata dal trattamento inflitto dal Cremlino ad Alexey Navalny, oppositore del presidente russo Vladimir Putin, o dalla recente decisione di Mosca di colpire per ritorsione il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e sette funzionari UE: tanto da indurre oggi l’Unione a convocare per protesta l’ambasciatore russo. Ma pure su Siria e Libia, o ancora sulle conseguenze del golpe in Birmania e sul ritiro Nato «spalla a spalla» dall’Afghanistan.

Mercoledì ci sarà spazio anche per i 4 Paesi ospiti voluti dal governo Johnson (Australia, India, Corea del Sud, Sudafrica) assieme al Brunei, presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean). E si parlerà inoltre di «società aperta», libera informazione, detenzioni arbitrarie nel mondo, libertà di religione, cyber governance, propaganda online (con gli annunciati meccanismi di risposta rapida alla disinformazione imputata tanto a Mosca quanto a Pechino), cambiamenti climatici, cooperazione su post COVID e vaccini, rilancio sostenibile dell’economia. Senza dimenticare l’educazione delle ragazze o l’aiuto all’occupazione femminile per i quali Londra promuove e annuncia un impegno comune a stanziare 15 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni.

Intanto, però, c’è da fare i conti con i grandi «imputati» assenti di questo summit: forse non ancora nemici, ma interlocutori di una campo geopolitico avverso nella lettura di un mondo diviso tra «democrazie e governi autoritari». La Russia certo, con la quale il dialogo appare adesso ridotto quasi a zero, ma anche e innanzitutto l’emergente potenza cinese, con la quale viceversa trattare si può, o forse semplicemente si deve - nella dottrina che Joe Biden e Tony Blinken sembrano condividere in particolare con Boris Johnson e Dominic Raab, a dispetto dei dissidi del passato su quella Brexit a cui Trump fece da sponda. «Quello che abbiamo visto negli ultimi anni è una Cina che agisce in modo più repressivo in casa e più aggressivo fuori dai suoi confini», ha avvertito il segretario di Stato, rilanciando la denuncia della repressione della minoranza musulmana degli uiguri nello Xinjiang come «un genocidio» e poi - all’unisono con Raab - la stretta del Dragone su Hong Kong. Ma affrettandosi a precisare che «sarebbe contro gli interessi» di Washington e dei ritrovati alleati del G7, non meno che di Pechino, «spingersi oltre»: nella «direzione» apocalittica d’un confronto militare aperto.

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