La CIA dai talebani, ecco la mossa disperata di Biden

Afghanistan

L’incontro segreto, svelato dal Washington Post, è stato il faccia a faccia di più alto livello da quando i fondamentalisti hanno conquistato Kabul

La CIA dai talebani, ecco la mossa disperata di Biden
© EPA/STRINGER

La CIA dai talebani, ecco la mossa disperata di Biden

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Il capo dell’agenzia di spionaggio civile statunitense CIA William Burns spedito ieri a Kabul per discutere con Abdul Ghani Baradar, il leader di fatto dei talebani: è una delle ultime mosse disperate del presidente Joe Biden, che rivela tutta la gravità della crisi afghana per la sua amministrazione, costretta ad una caotica e pericolosa corsa contro il tempo per completare gli sfollamenti entro il 31 agosto per evitare le «conseguenze» minacciate dagli studenti islamici.

Una mossa non senza l’ironia della storia, dato che Baradar si è trovato a giocare il ruolo di controparte del direttore della CIA undici anni dopo che la Central Intelligence lo aveva arrestato incarcerandolo per otto anni.

L’incontro segreto, svelato dal Washington Post, è stato il faccia a faccia di più alto livello da quando i talebani hanno conquistato Kabul. Né il Post né la CIA hanno riferito il contenuto delle discussioni, ma è altamente probabile che abbiano riguardato il possibile slittamento del termine degli sfollamenti dall’aeroporto di Kabul.

Slittamento negato però il giorno dopo dagli stessi vertici talebani, con tanto di diffida ad imbarcare gli afghani «esperti»: è l’apparente conferma del fallimento del negoziato, tanto che gli Usa continuano ad accelerare gli sgomberi (12’700 con 37 voli militari nelle ultime 24 ore) e Biden ha deciso al G7 di rispettare la deadline respingendo le richieste degli alleati.

Ex ambasciatore in Russia e Giordania, Burns è il diplomatico più decorato del governo Biden ed è considerato il più esperto. Come segretario di Stato aggiunto sotto l’ex presidente democratico Barack Obama era stato l’artefice di un riavvicinamento con l’Iran, conducendo negoziati segreti nel 2011 e nel 2012 in Oman con Teheran nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Come direttore della CIA ha sovrinteso all’addestramento delle forze speciali afghane, dileguatesi anch’esse sotto l’avanzare dei talebani e non esenti in passato da violazioni dei diritti umani.

Baradar invece, dopo la sua scarcerazione nel 2018, è diventato il capo negoziatore dei talebani che ha firmato l’accordo con l’amministrazione dell’ex presidente repubblicano Donald Trump per il ritiro delle forze USA, immortalato anche in una foto nel novembre 2020 con l’allora segretario di Stato Mike Pompeo.

Amico stretto del leader supremo dei talebani Mohammed Omar, ex combattente contro l’occupazione sovietica e già governatore di diverse province a fine anni ‘90, è considerato l’uomo forte del nuovo regime, anche se non mancano le divisioni tra gli insorti.

Ma i contrasti non mancano neppure nell’amministrazione di Biden, con spinte contrapposte tra l’ala diplomatica, fautrice col presidente di un ridimensionamento militare degli Usa nel mondo, e quella di un Pentagono ancora «imperialista». In ogni caso la luna di miele dell’inquilino della Casa Bianca con gli americani sembra finita, almeno per ora. Secondo gli ultimi sondaggi, solo metà degli americani (NBC) o il 49% (CBS) approva il suo operato, con un calo rispettivamente di otto e quattro punti rispetto ad aprile. Tra le motivazioni il ritiro caotico dall’Afghanistan e la ripresa della pandemia di COVID-19. Ma dietro l’angolo incombe anche la fronda dei democratici moderati contro la mozione per approvare un bilancio da 3500 miliardi di dollari (3186 miliardi di franchi), indispensabile per far avanzare l’agenda interna del presidente.

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