La guerra a Gaza non si ferma, Israele andrà avanti «fino a quando sarà necessario»

Medio Oriente

Le speranze di una tregua sembrano esili, anche se gli Stati Uniti di Joe Biden hanno spedito nella regione l’inviato per il conflitto israelo-palestinese Hady Amr

La guerra a Gaza non si ferma, Israele andrà avanti «fino a quando sarà necessario»
© AP/Adel Hana

La guerra a Gaza non si ferma, Israele andrà avanti «fino a quando sarà necessario»

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La guerra tra Israele e Hamas non si ferma. Al suo secondo giorno il conflitto anzi si allarga, con lo Stato ebraico deciso ad andare avanti «fino a quando sarà necessario».

Le speranze di una tregua sembrano esili, anche se gli Stati Uniti di Joe Biden hanno spedito nella regione l’inviato per il conflitto israelo-palestinese Hady Amr per incontrare le parti e cercare una de-escalation.

Ma sul terreno la situazione continua a peggiorare. A fronte di oltre 1.200 razzi arrivati da Gaza - 7 le vittime israeliane finora, compreso un bambino di sei anni colpito a Sderot, un bilancio contenuto grazie al sistema di difesa Iron Dome - il ministro della Difesa Benny Gantz ha detto che Israele non è pronto per un cessate il fuoco.

Dalla Striscia - dove le vittime sono almeno 65, «compresi 14 bambini e minori, e tre donne», secondo i dati del ministero della Sanità locale - Hamas e la Jihad islamica hanno alzato il tiro lanciando 15 razzi in direzione di Dimona, dove c’è un sito nucleare israeliano. Ma anche verso Beer Sheva nel Negev e in serata attorno a Tel Aviv.

Israele ha risposto eliminando importati dirigenti militari di Hamas in un’operazione congiunta tra esercito e Shin Bet. Un colpo che ha centrato uomini vicinissimi al capo dell’ala militare di Hamas - le Brigate Al Qassam - Mohammed Deif. Tra questi Bassem Issa, capo delle Brigate a Gaza City, e il responsabile della produzione degli armamenti Jamal Zabadeh.

«Non è che l’inizio», ha minacciato il premier Benyamin Netanyahu aggiungendo che Israele infliggerà «all’organizzazione terrorista colpi che non può neanche immaginare». In precedenza un razzo anticarro di Hamas aveva centrato una jeep militare poco al di là della frontiera facendo tre feriti gravi: uno dei tre, il soldato Omer Tabib, 21 anni, è poi morto in ospedale per le ferite riportate. Le altre vittime in Israele comprendono anche padre e figlia arabi, colpiti mentre erano in auto, e una badante straniera.

Per tutto il giorno è stato un costante tiro di razzi da Gaza, specie contro le comunità israeliane a ridosso della Striscia, incluse le cittadine di Ashkelon e di Ashdod. Il sistema Iron Dome - secondo i dati dell’esercito - ne ha intercettati circa l’85% mentre 200 sono esplosi all’interno della Striscia.

Israele ha replicato con attacchi massicci che hanno colpito circa 500 obiettivi militari (compreso un palazzo di 10 piani, indicato come la sede dell’intelligence di Hamas) ed ha accusato le fazioni palestinesi di aver messo i propri siti di produzione di armi «nel cuore di aree civili». «Le organizzazioni terroristiche - ha accusato l’esercito - collocano deliberatamente obiettivi militari nel centro di aree densamente popolate della Striscia».

L’aria che si respira in Israele è quella di un conflitto destinato a prolungarsi. Lo dimostra, tra l’altro, la decisione del Comando del Fronte Interno di chiudere per l’intera settimana le scuole del centro e del sud di Israele. Così come sono state limitate le aperture dei negozi che non hanno accesso diretto ai rifugi e gli assembramenti di persone: non più di 10 all’aperto e non più di 100 al chiuso. E stavolta non per il Covid.

La comunità internazionale è in pressing per ottenere un rapido ritorno alla calma ma le posizioni non appaiono convergenti. Unica per ora a schierarsi decisamente con Israele è stata la Germania, che ha condannato gli attacchi con i razzi contro le città israeliane e sostenuto con forza che Israele ha il diritto di difendersi.

«La grave escalation in Israele e nei Territori palestinesi occupati, compreso il forte aumento della violenza dentro e intorno a Gaza - ha detto il capo della diplomazia Ue Josep Borrell - deve cessare. L’Europa - ha proseguito - è sgomenta per il gran numero di morti e feriti civili, compresi i bambini. La priorità deve essere proteggere i civili».

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Notte di paura a Tel Aviv, ansia nei rifugi

Mettere in ginocchio Tel Aviv è difficile: la sua resilienza è parte del Dna di chi la abita. Ma sirene di allarme e centinaia di razzi hanno lasciato il segno e non poteva che essere così dopo una notte di stress e ansia.

«Durante l’ultimo allarme alle tre di notte - racconta Giuseppe Kalowski scegliendo con cura i ricordi - mentre con gli altri condomini eravamo rifugiati sotto l’arco della tromba delle scale, una bambina ha detto alla madre di aver paura che esplodesse la scuola».

Oggi quella bambina in classe non ci è andata: le scuole sono state chiuse per l’intera settimana, su disposizione del Fronte del Comando interno. Stavolta, ripetono tutti, è molto peggio del 2014, l’ultima guerra con Hamas. «Le sirene di allarme e le esplosioni in cielo dovute all’intercettamento dei razzi da parte dell’Iron Dome - continua Kalowski - sono durate molto più a lungo e sono state continue, specie quelle in serata».

In pochi la notte scorsa hanno dormito, specie chi non ha il rifugio nella propria abitazione: ad ogni sirena di allarme bisogna alzarsi e correre a proteggersi. Chi nelle scale, chi nel rifugio condominiale, chi, se si trova per strada, in quelli approntati dal Comune di Tel Aviv.

Alle prime sirene le strade si sono svuotate di colpo. Chi era al volante della propria auto è sceso in fretta ed è corso a ripararsi. «Siamo stati nei rifugi con il fiato sospeso a lungo, attendendo - ha raccontato l’ambasciatore italiano in Israele Gianluigi Benedetti - che svanisse il suono delle sirene e si placassero i boati dei razzi. Come tutti abbiamo usato tutta la nostra calma per tranquillizzare i bambini, come nostra figlia di 9 anni, che hanno avuto paura».

«Questa realtà - ammette Elad Shukrun, titolare di una birreria a Giaffa - fa parte dell’essere israeliano. Vengo dal nord e ho gli stessi ricordi di questo fin da quando ero bambino. Bisogna aspettare che ogni volta passi». «Da economista - osserva Dani Schaumann - mi chiedo cosa si sarebbe potuto fare per gli abitanti civili di Gaza, lasciati per anni senza infrastrutture, con tutti i soldi spesi da Hamas per quei mille missili lanciati contro Israele. Milioni di dollari per fare null’altro che vittime e distruzione».

Tel Aviv stasera di fronte ad un nuovo possibile lancio di razzi si è rinserrata in se stessa: strade meno affollate, negozi chiusi presto, anche gran parte dei ristoranti. Nella ‘città che non dorme mai’ che ha sconfitto il Covid, il lockdown - che stava diventando un ricordo lontano - per ora è tornato.

Rivolta degli arabi israeliani, «pogrom» a Lod

Israele ha però un fronte interno inatteso: la sua popolazione araba. Quanto successo a Lod, cittadina mista nel centro di Israele, è stato un vero e proprio «pogrom» anti-ebraico, come lo ha definito con sdegno il presidente Reuven Rivlin evocando le persecuzioni antisemite del secolo scorso nell’Europa dell’Est.

Una sollevazione destinata secondo molti a cambiare l’equilibrio del Paese e contro la quale il premier Benyamin Netanyahu ha annunciato «un pugno di ferro».

Mentre lo Stato ebraico è impegnato a respingere la minaccia dei razzi di Hamas, gli arabi di Lod - ma non solo - si sono «abbandonati ad estese violenze antiebraiche», ha tuonato Netanyahu.

Da Lod ad Akko (S. Giovanni d’Acri), da Haifa a Ramleh, ha accusato il premier, si è scatenata «l’anarchia». A denunciare la situazione a Lod è stato per primo il sindaco Yair Revivo, che ha parlato di una nuova «notte dei cristalli». Si è riferito in particolare alla distruzione di sinagoghe da parte di una folla di arabi e l’incendio di automobili di ebrei.

Il leader nazionalista Naftali Bennett - che con Yair Lapid sta cercando di formare un governo di cambiamento - ha accusato Netanyahu di aver fallito «nel governare il Paese. La sua negligenza ci ha condotti dal fallimento al disastro». E riferendosi alla morte di un arabo di Lod, causato da un ebreo che temeva un linciaggio, Bennett ha aggiunto che «il sistema legale e politico deve appoggiare chi difende se stesso e la propria famiglia con le armi». Quell’episodio ha costituito la scintilla dei disordini.

Stamattina Lod sembrava un campo di battaglia. Ad accrescere lo sgomento della popolazione è sopraggiunta la notizia che in città era esploso un razzo di Hamas uccidendo un padre arabo di circa 50 anni e la figlia sedicenne. Si erano alzati per tempo per prepararsi al digiuno del Ramadan.

Secondo la polizia israeliana, quella di ieri è stata una vasta sollevazione della minoranza araba in Israele. Ad Akko una folla di assalitori arabi ha incendiato un albergo e ha devastato due ristoranti gestiti da ebrei. Beduini hanno eretto barricate nelle arterie del Neghev e hanno bloccato veicoli di ebrei.

Ad Um el-Fahem, nel nord del Paese, dimostranti hanno festeggiato il bombardamento di Tel Aviv. «Sembrava di essere tornati alla sollevazione araba dell’ottobre 2000», ha commentato un portavoce della polizia. Era stata innescata da una visita del leader del Likud Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. Le violenze attuali, a suo parere, sono da imputare all’amplificazione delle reti sociali e all’incitazione da parte di Hamas e della Jihad islamica.

Nelle ultime settimane era sembrato che una delle due liste arabe alla Knesset, l’islamica Raam, fosse in procinto di allearsi ad una nuova coalizione di governo, forse con un sostegno esterno. Ma l’ondata di disordini ha rimesso tutto in questione.

Traumatizzati per le violenze di ieri, abitanti ebrei di Lod hanno intanto chiesto protezione ai coloni della Cisgiordania. «I volontari sono centinaia - ha affermato un esponente della comunità ebraica locale. - Consiglio agli arabi di non avventurarsi per strada». Ma nella notte, con un provvedimento senza precedenti in territorio israeliano, su Lod è stato imposto un coprifuoco totale, con 500 agenti in pattuglia nelle strade.

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