La rincorsa di Trump: sorpassa Biden in Florida

usa 2020

Nella media dei sondaggi di RealClearPolitics il distacco del presidente in carica dal suo avversario è sceso al 7,1% a livello nazionale mentre si è ridotto anche il gap nei principali «battleground States»

La rincorsa di Trump: sorpassa Biden in Florida
© EPA/ERIK S. LESSER

La rincorsa di Trump: sorpassa Biden in Florida

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A meno di una settimana dall’election day, Donald Trump continua la sua forsennata rincorsa a colpi di comizi oceanici ma la strada resta in salita, anche se negli ultimi giorni ha rosicchiato qualcosa.

Nella media dei sondaggi di RealClearPolitics il distacco da Joe Biden è infatti sceso al 7,1% a livello nazionale mentre si è ridotto anche il gap nei principali «battleground States», a partire dalla Florida, dove per la prima volta il presidente è passato in testa con un +0,4%. Il divario che lo separa dallo sfidante è esiguo anche in Pennsylvania (+3,8%), Arizona (+2,4%) e North Carolina (+0,7%), tutti stati in bilico.

Un campanello d’allarme che ha indotto i democratici a cambiare tattica, insistendo sul voto anticipato di persona, come ha fatto oggi lo stesso Biden nella sua Wilmington, in Delaware, e invitando ora ad evitare quello per posta nel timore che le schede non siano consegnate entro i termini fissati dai vari Stati.

Finora hanno già espresso la loro preferenza oltre 73 milioni di persone, di cui quasi 50 per corrispondenza, una modalità in larga maggioranza usata dagli elettori democratici. Ma adesso è troppo tardi per affidarsi alle poste.

La mossa è stata suggerita anche da una recente sentenza della Corte suprema, che ha bocciato la decisione di una corte statale del Wisconsin - un altro «battleground state» - di estendere la validità del voto postale sino a sei giorni dopo l’election day.

Una sentenza che rischia di essere un precedente anche nelle battaglie legali ancora in corso in altri stati cruciali, come la Pennsylvania e il North Carolina, dove i tribunali hanno esteso la validità del voto per corrispondenza rispettivamente a tre e nove giorni dopo il 3 novembre.

I democratici sono preoccupati dalla motivazione scritta da uno dei giudici della Corte suprema, Brett Kavanaugh (un conservatore nominato da Trump), secondo cui spetta ai parlamenti statali definire le regole per le elezioni presidenziali e le corti federali sono legittimate ad intervenire per garantire che i tribunali statali «non riscrivano le leggi elettorali statali».

Una motivazione che si rifà all’opinione dell’ex capo della Corte suprema William Rehnquist nella sentenza sulla controversia elettorale del 2000 in Florida tra George W. Bush e Al Gore, vinta dal primo dopo che fu bocciato il riconteggio manuale ordinato dalla corte suprema del Sushine State.

Il rischio è che non siano contati molti voti recapitati dopo il giorno della consultazione, presumibilmente in gran parte democratici.

Secondo i sondaggi, oggi Trump può contare su uno zoccolo duro di 163 voti dei grandi elettori negli Stati che ha vinto quattro anni fa, mentre Biden su almeno 260 rispetto ai 270 necessari per essere eletto presidente, grazie a Michigan e Wisconsin che nel 2016 avevano voltato la faccia a Hillary Clinton.

Ma secondo alcuni esperti il presidente potrebbe permettersi di perdere questi due stati se conservasse il North Carolina, l’Arizona e soprattutto la Florida e la Pennsylvania. Non a caso, giocando in difesa, è in questi stati che sta concentrando i suoi comizi dell’ultima settimana, inviando pure Melania in Pennsylvania.

Biden e i suoi «surrogati» invece vanno all’attacco battendo anche territori «rossi», dalla Georgia all’Iowa.

«Possiamo scegliere tra altri quattro anni di caos e divisioni con Donald Trump o una strada diversa, di speranza e luce», ha twittato «Joe», che a fine settimana comparirà accanto a Barack Obama per la prima volta in questa campagna.

Intanto i dirigenti di Twitter, Google e Facebook sono stati messi sotto torchio al Congresso, soprattutto dai senatori repubblicani, per le modalità con cui gestiscono i contenuti sulle loro piattaforme, un tema rovente sotto elezioni.

Jack Dorsey, Sundar Pichai e Mark Zuckerberg sono apparsi in videoconferenza difendendo davanti alla Commissione del commercio del Senato la sezione 230 del «Communications Decency Act», la legge che garantisce l’immunità contro le cause legate ai contenuti pubblicati da terzi.

Ma i senatori del Grand Old Party, propugnando una riforma profonda della legge per rafforzare la responsabilità dei giganti tech, li hanno attaccati accusandoli di essere «potenti arbitri della verità» senza controllo né trasparenza. E di censurare il presidente Trump ma non dittatori e ayatollah.

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