La verità di Cummings, il consigliere di Johnson che ha violato il lockdown

Gran Bretagna

L’uomo ha raccontato di essersi trasferito da Londra a Durham per la sicurezza del figlio e della moglie, colpita dai sintomi de coronavirus: «È stato un errore non avvisare il premier»

La verità di Cummings, il consigliere di Johnson che ha violato il lockdown
© Aaron Chown/PA via AP

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La verità di Cummings, il consigliere di Johnson che ha violato il lockdown
© EPA/Facundo Arrizabalaga

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Dominic Cummings, consigliere politico capo del premier britannico Boris Johnson investito dall’accusa di aver violato le restrizioni del lockdown imposte dal coronavirus, ha confermato di essersi trasferito da Londra a Durham nella proprietà dei genitori. Ha spiegato di averlo fatto per garantire la sicurezza del figlio e della moglie, colpita dai sintomi della COVID-19. Ha quindi definito «un errore» il fatto di non aver informato Johnson se non diversi giorni dopo, quando il premier era in ospedale, ma non ha chiesto scusa al pubblico, insistendo di aver agito convinto che spostarsi fosse «la miglior cosa da fare» e fosse «legale» sulla base delle eccezioni previste dalle regole sul lockdown.

Cummings ha tuttavia riconosciuto che ci possono essere valutazioni diverse e che nel Paese si sono diffusi sentimenti di «collera per ciò che è stato riferito dai media sulle mie azioni». Il consigliere ha ammesso d’esser oggetto di «molta comprensibile rabbia» popolare, ma addebitandola almeno in parte «a quello che hanno riferito i media e che non è vero». È apparso peraltro a tratti turbato e ripetutamente esitante di fronte alle contestazioni dei giornalisti durante un irrituale briefing nel Giardino delle Rose di Downing Street.

Il consigliere ed eminenza grigia del governo ha fatto una ricostruzione dettagliata degli eventi secondo la sua versione, senza negare d’aver sbagliato a non essersi spiegato prima, ribadendo però di ritenere d’essersi comportato in modo «legale e ragionevole» e di non dover offrire le dimissioni.

Ha raccontato d’aver trasferito la famiglia il 27 marzo dopo che la moglie si era sentita male e temendo di non poter garantire assistenza al figlio di 4 anni mentre lui lavorava ancora a Downing Street. Ha aggiunto di aver temuto anche per la loro sicurezza, accusando i media di averlo messo in cattiva luce ed esposto al pericolo presentandolo come un oppositore del lockdown nelle prime fasi dell’epidemia, che invece ha affermato di aver sostenuto. Ha quindi detto di aver avvertito a Durham a sua volta i sintomi del coronavirus, di essere stato «estremamente malato», di essere rimasto sempre isolato per 14 giorni con la famiglia in un cottage separato dalla casa dei genitori e di una sorella, di non aver partecipato al funerale di uno zio e di essersi mosso solo per portare in ospedale il figlioletto quando pure lui si è sentito male. Ha quindi ammesso di essersi spostato il giorno di Pasqua, dopo aver chiesto consiglio medico sulla sua guarigione, nel sito turistico di Barnard Castle, a mezz’ora da Durham, per un giro di prova delle sue condizioni e un test sulla sua capacità di guida prima d’imbarcarsi il giorno dopo in un viaggio di ritorno a Londra di 5 ore: spiegazione contestata dai reporter.

Ha invece definito falso il racconto di un testimone anonimo che ha detto di averlo visto di nuovo a Durham il 19 aprile, dopo il ritorno al lavoro, sottolineando che il suo telefonino e le videocamere possono provare che quel giorno era a Londra.

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