Lam rinvia di un anno il voto a Hong Kong

la decisione

La governatrice ha usato i poteri speciali della legge coloniale, motivando con l’emergenza sanitaria la «decisione più difficile degli ultimi sette mesi», contando sul «sostegno» di Pechino

Lam rinvia di un anno il voto a Hong Kong
© EPA/JEROME FAVRE

Lam rinvia di un anno il voto a Hong Kong

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Lam rinvia di un anno voto a Hong Hong Kong rinvia di un anno, dal 6 settembre 2020 al 5 settembre 2021, le sue elezioni politiche per la «grave situazione» dell’ondata della Covid-19: la governatrice Carrie Lam ha usato i poteri speciali della legge coloniale, motivando con l’emergenza sanitaria la «decisione più difficile degli ultimi sette mesi», contando sul «sostegno» di Pechino.

La mossa, destinata ad alimentare le critiche internazionali sulle libertà politiche in pesante deterioramento, ha visto i deputati pro democrazia firmare una dichiarazione, lamentando un attacco alle fondamenta dell’autonomia di Hong Kong. «Rinviare le elezioni inasprirebbe la crisi costituzionale, scuotendo le basi costitutive della regione speciale. Il campo democratico non accetterà mai il tentativo del governo di sfilare ai cittadini i diritti di voto, mentre fallisce la lotta al pandemia».

In conferenza stampa, Lam ha enfatizzato i dieci giorni di fila con oltre 100 casi di contagio (oggi 121) e ha citato i rischi di diffondere la malattia se 4,4 milioni di elettori si fossero recati alle urne, notando che i concittadini bloccati in Cina o all’estero per la pandemia non avrebbero comunque potuto esprimere il voto. Almeno 68 Paesi hanno deciso di rinviare varie elezioni, ma Lam ha tralasciato i 49 che le hanno tenute. Ha parlato di «richieste per il rinvio» giunte in forza dalla popolazione, quando gli ultimi sondaggi davano al 45% coloro che volevano votare rispetto al 36% che spingeva per il posticipo.

Gli esperti di sanità pubblica avevano affermato che non vi erano giustificazioni per un ritardo di un anno, indicando una serie di misure per mitigare i rischi, tra cui il distanziamento sociale nei seggi elettorali e tempi di voto scaglionati, come fatto nella vicina Singapore a inizio mese. Ma nei giorni scorsi, la governatrice ha lamentato il rischio di «collasso sanitario» nella città e la Cina ha mobilitato il suo massimo epidemologo Zhong Nanshan per perorare la causa del rinvio. Pechino ha dato il pieno sostegno alla decisione, definendola «molto necessaria, ragionevole e legale», attraverso l’Ufficio sugli affari di Hong Kong e Macao del governo centrale.

Il rinvio è il colpo più pesante al fronte pandemocratico nell’ultimo mese, partito con l’imposizione del governo centrale della legge sulla sicurezza nazionale: in serata, i media cinesi hanno riferito che la polizia di Hong Kong ha emesso i mandati di cattura contro sei attivisti rifugiatisi all’estero e sospettati di violazione della normativa per secessione e collusione con forze straniere o esterne minacciando la sicurezza nazionale. Tra i destinatari Nathan Law, cofondatore con Joshua Wong di Demosisto e ora a Londra, e Wayne Chan, leader di Hong Kong Indipendence Union, piccolo gruppo pro indipendenza.

Una misura che ha contribuito la Germania ad adottare passi formali: «Di fronte agli attuali sviluppi abbiamo deciso di sospendere l’accordo di estradizione con Hong Kong», ha detto il ministro degli esteri Heiko Maas. Ray Wong, altro ricercato, è in Germania. Berlino s’è unita ai Paesi che si sono mossi in tal senso come Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

I gruppi democratici puntavano a prendere il controllo dei 70 seggi della LegCo, il parlamentino locale, con un pesante potere di blocco e di interdizione, ma il rinvio potrebbe non garantire una spinta al sostegno popolare dei partiti filopechinesi. «Nessuno crederebbe che il rinvio sia dovuto esclusivamente alla pandemia», ha notato Alvin Yeung, deputato in carica e leader del Civic Party. «L’unica altra spiegazione logica è che stanno cercando di guadagnare tempo, perché prevedono una vittoria schiacciante del campo democratico e vogliono impedire che accada». Yeung è uno dei dodici attivisti squalificati giovedì dalla partecipazione al voto, tra i quali c’è anche Joshua Wong.

«La nostra resistenza continuerà e speriamo che il mondo possa resistere con noi in questa battaglia in salita»: indossando una maglietta nera con la scritta «non possono ucciderci tutti», Wong ha ammesso in conferenza stampa che c’è il rischio di arresto. Il caso di Nathan Law è un pesante avvertimento.

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