«Lukashenko, un dittatore sempre più isolato»

L’intervista

Secondo l’analista politica Anna Zafesova in Bielorussia è in atto una rivolta senza leader ma estesa in tutto il Paese

 «Lukashenko, un dittatore sempre più isolato»
Due donne cercano di aiutare un manifestante aggredito dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni di protesta a Minsk.. ©AP/Sergei Grits

«Lukashenko, un dittatore sempre più isolato»

Due donne cercano di aiutare un manifestante aggredito dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni di protesta a Minsk.. ©AP/Sergei Grits

Lukashenko risponde con il pugno di ferro alle proteste di piazza contro i brogli che hanno assicurato una nuova vittoria al presidente-dittatore di Minsk, mentre la candidata dell’opposizione si fa viva dalla Lituania. Cosa sta accadendo nel Paese? Lo abbiamo chiesto ad Anna Zafesova, giornalista russa che conosce bene la realtà politica della Bielorussia.

Il fatto che Svetlana Tikhanovskaya sia riparata in Lituania, lascia l’opposizione in patria senza un leader carismatico?

«No, in quanto Svetlana Tikhanovskaya non è un leader carismatico, è la moglie-coraggio del marito arrestato. Infatti ricordiamo che lei ha deciso di candidarsi alle presidenziali quando il marito, il blogger dell’opposizione Sergei Tikhanovsky, è stato arrestato per impedirgli di partecipare alle elezioni. Svetlana Tikhanovskaya e le altre due donne che l’hanno affiancata durante la campagna elettorale erano più simboli che leader della protesta».

Che effetti avrà l’esilio della Tikhanovskaya?

«Diciamo che il modo in cui la Tikhanovskaya è stata espulsa dalla Bielorussia gioca contro Lukashenko. Lei lunedì pomeriggio si era infatti recata alla commissione elettorale nazionale per depositare una protesta contro il conteggio dei voti che l’ha privata della vittoria, almeno al primo turno, come confermano gli scrutini indipendenti. La candidata dell’opposizione è però rimasta bloccata per ore dentro gli uffici della commissione elettorale. Poi è uscita da lì ed è scomparsa per diverse ore. Poi alla fine compare in Lituania dove registra un video nel quale ammette di aver preso una scelta molto difficile, ma dice di aver lasciato il Paese in quanto per lei i figli sono la cosa più importante. Poi appare su internet un secondo video, evidentemente registrato negli uffici della capa della commissione elettorale, dove legge un testo in cui si dice che i bielorussi devono tornare a casa e non opporre resistenza alla polizia. Il presidente lituano, dichiarando di aver concesso l’asilo politico alla Tikhanovskaya ha aggiunto che è evidente che la donna è stata vittima di pressioni in patria. E in Bielorussia nessuno crede che la decisione della candidata dell’opposizione di lasciare il suo Paese sia stata volontaria e spontanea».

E sulle proteste in atto che idea si è fatta?

«Sono proteste che non hanno leader e slogan. Non è una protesta liberista, è una rivolta popolare che non riguarda solo la capitale Minsk, in quanto sta dilagando in tutto il Paese. Quindi il fatto che Tikhanovskaya sia a Minsk o si sia rifugiata a Vilnius non cambia nulla, semmai alimenta la protesta e la rabbia popolare».

Come spiega il fatto che i dissidi tra Mosca e Minsk siano all’improvviso scomparsi, con Putin che si è congratulato con Lukashenko?

«La svolta è dovuta al fatto che Lukashenko non ha altre risorse a parte la Russia. Mentre Mosca di fronte al rischio di una rivoluzione in piazza e quindi di una Bielorussia democratica che guarda verso l’UE, è evidente che scelga il male minore rappresentato da Lukashenko. Ad ogni modo quanto questi dissidi siano appiananti è tutto da vedere perché martedì sulla tv bielorussa sono apparsi dei filmati che mostrano dei presunti organizzatori delle proteste, definiti come russi con precedenti penali e probabilmente fascisti. Sul fronte opposto un esponente del campo più conservatore dell’establishment russo, il presidente del comitato della Duma per i Paesi ex sovietici, Konstantin Zatulin, dice che Lukashenko ha clamorosamente falsificato le elezioni. Quindi le congratulazioni di Putin a Lukashenko rappresentano più un sostegno tattico, quello di Mosca, che strategico».

Dopo la svolta autoritaria a Minsk nell’UE vi è unanimità per un ricorso alle sanzioni?

«Sull’unanimità è presto per dirlo, comunque dopo le dichiarazioni di Ursula von der Leyen sappiamo già che la reazione di Bruxelles sarà dura, così come quella della Germania, della Polonia e dei Paesi baltici. Quindi possiamo già parlare di esponenti europei di un certo calibro favorevoli alle sanzioni, mentre non riesco a vedere una grande opposizione all’uso di sanzioni contro Minsk, visto che Lukashenko non aveva rapporti particolari con nessun Paese europeo. Sono vent’anni che l’UE non riconosce le consultazioni elettorali in Bielorussia, sono più di dieci anni che non vi è un ambasciatore bielorusso a Washington e un ambasciatore americano a Minsk, quindi alla fine Lukashenko è un personaggio molto isolato. Ha grossi rapporti economici soprattutto con la Cina, e Pechino sarebbe probabilmente disposta a dargli una mano anche politicamente, ma considerato il suo peso scarso e la sua dipendenza totale, anche economica, dalla Russia, non vedo chi potrebbe spendersi più di tanto a favore di Lukashenko».

Ma le sanzioni avranno qualche effetto?

«Non si tratta di sanzionare un dittatore che da 26 anni è rimasto al suo posto e che finora ha vissuto serenamente anche sotto sanzioni, l’UE deve fare qualcosa di più, visto che nel centro dell’Europa vi è un Paese dove la polizia spara sui manifestanti non armati che chiedono elezioni libere. Il Paese è sull’orlo della guerra civile in quanto in 26 anni di dittatura la Bielorussia non ha potuto dotarsi di un’opposizione presente in Parlamento e in grado di dialogare con Lukashenko. Per questo ora vi è questo corpo a corpo nelle piazze tra manifestanti e forze di polizia. Per cui l’UE dovrebbe almeno tentare di portare una soluzione politica laddove per il momento pare non esserci».

L’arma dello sciopero generale potrebbe funzionare?

«Sta funzionando abbastanza, nel senso che arrivano segnalazioni di diverse fabbriche che si sono fermate. Bisogna considerare che la Bielorussia ha un apparato industriale molto sovietico e molto statale, quindi ci sono ancora queste grandi fabbriche che hanno numerosi dipendenti. Ogni giorno che passa Lukashenko sta perdendo punti in quanto pur vantando un sostegno popolare dell’80% mostra di non controllare il Paese perché ci sono gli scioperi, i blocchi delle strade organizzati dagli abitanti delle città, ci sono migliaia di persone che scendono in piazza tutte le sere non solo a Minsk ma praticamente in tutte le città della Bielorussia. Vi sono inoltre poliziotti che prendono le difese dei manifestanti, rifiutandosi di attaccare la folla o togliendosi i distintivi e unendosi ai manifestanti. La popolazione ha raccolto 500 mila dollari di aiuti per i feriti delle manifestazioni, e per un Paese povero come la Bielorussia sono tantissimi. Quindi lo sciopero può avere i suoi effetti ma la partita più importante si sta giocando in piazza tra la polizia e la gente».

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