Mosca contro i colossi americani del web

Il caso

Con le elezioni per la Duma in vista l’assalto ai colossi di Big Tech ha avuto un’accelerata

Mosca contro i colossi americani del web
© EPA/YURI KOCHETKOV

Mosca contro i colossi americani del web

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Il processo di ‘sovranizzare’ il web russo, ovvero limitando l’influenza di Big Tech, è in atto da tempo. Ma con le elezioni per la Duma in vista, l’assalto ai colossi del web americani ha avuto un’accelerata.

Al centro della contesa spicca l’app di Alexei Navalny (chiamata semplicemente Navalny) dove, tra le altre cose, ‘gira’ il sistema che sostiene il ‘voto intelligente’, cioè la strategia del nemico numero uno del Cremlino per indirizzare le preferenze verso i candidati alternativi a Russia Unita.

Ebbene, il gigante delle telecomunicazioni russe Rostelecom ha scritto alle sue filiali chiedendo di bloccare l’accesso ai server DNS di Google e Cloudflare (nonché i DoH). In pratica quei servizi che permettono di aggirare i blocchi ai siti o delle app vietate in Russia, come quella di Navalny.

È l’ultima mossa di un piano ormai chiaro. Il Roskomnadzor (l’autorità per le telecomunicazioni) aveva recentemente intimato a Google, Apple, Cloudflare e Cisco di non fornire alle sorgenti di Navalny i mezzi per aggirare il blocco - scattato dopo che l’organizzazione è stata giudicata «estremista» nel giugno scorso.

Il mancato adempimento dei requisiti, ha avvertito l’ente, sarà considerato come «un’intromissione straniera nella campagna elettorale alla Duma». Ma alla Silicon Valley hanno bellamente ignorato.

Così, l’8 settembre, il Roskomnadzor ha bloccato per diverse ore i servizi DNS di Google e CloudFlare utilizzati per il funzionamento della app di Navalny (mandando in palla internet in diversi punti del Paese). Più tardi l’ente ha chiesto alla aziende statali di non utilizzare i server DNS stranieri di Google e Cloudflare.

Rostelecom, nella sua lettera, pubblicata sul canale Telegram ZaTelecom la cui autenticità è stata confermata a Rbk da un rappresentante dell’azienda, propone di utilizzare i server DNS sotto la sua diretta gestione o gli indirizzi IP del Sistema Nazionale dei Nomi di Dominio - che è stato creato nell’ambito dell’implementazione della legge «sul segmento russo di internet», quella dell’internet sovrano.

Dal tecnico peraltro si era già passati al politico, dato che l’ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, John Sullivan, è stato convocato la settimana scorsa al ministero degli Esteri per presentargli «prove inconfutabili» di «interferenze elettorali» dei giganti americani del web nelle elezioni parlamentari. E dato che tutto si tiene, continuano a fioccare le multe ai signori dei social (specie Facebook e Twitter, ma anche Telegram, fondata peraltro dal russo Pavel Durov) colpevoli di non rimuovere - o non rimuovere abbastanza - contenuti giudicati illegali in Russia.

Ma la guerra a Big Tech non è priva di conseguenze. Il blocco dei moderni protocolli di crittografia porterà a una diminuzione della privacy e della sicurezza su internet, dicono gli esperti. Inoltre l’accesso a risorse popolari, come il browser Firefox ma non solo, potrebbe essere limitato.

Del resto, come ha notato Andrei Soldatov in un suo recente commento sul Moscow Times, «l’implacabile offensiva russa contro le piattaforme globali online non mostra alcun segno di rallentamento». Di più. È «altamente probabile» che la Russia si stia preparando a sbarazzarsi delle piattaforme globali «entro la fine dell’anno», data la portata dello sforzo di sostituzione delle tecnologia straniera per il funzionamento del web con una ‘locale’. Sembrava fantascienza solo tre anni fa. Ora non più.

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