Navalny torna a parlare: «Il regime di Putin cadrà, è ciò che la gente davvero vuole»

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Un’intervista all’oppositore è stata pubblicata sulle pagine del New York Times, la prima da quando, nel gennaio scorso, è finito in cella

Navalny torna a parlare: «Il regime di Putin cadrà, è ciò che la gente davvero vuole»
© AP/Alexander Zemlianichenko

Navalny torna a parlare: «Il regime di Putin cadrà, è ciò che la gente davvero vuole»

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Il «regime di Putin» prima o poi cadrà perché si tratta di un «incidente storico», frutto di una scelta della «corrotta famiglia di Boris Ieltsin». E presto o tardi questo errore «verrà corretto», dopo di che la Russia si avvierà verso una traiettoria di sviluppo «democratica», perché la Russia «è Europa, fa parte dell’Occidente» e perché è ciò che «la gente davvero vuole».

Alexei Navalny torna a parlare, questa volta non sui social, per mezzo di «pizzini» affidati ai suoi avvocati, ma dalle pagine del New York Times, dove compare un’intervista - la prima da quando è finito in cella nel gennaio scorso - distillata da oltre 50 pagine scritte a penna.

L’attacco allo zar, l’ennesimo, giunge nel pieno della campagna di repressione decisa dal Cremlino per mettere a tacere ogni dissenso in vista delle elezioni parlamentari del 17 settembre. Qualunque colpo, sopra e sotto la cintura, è valido per assicurarsi il pieno di seggi alla Duma e dunque conservare quella «maggioranza costituzionale» che garantisce a Putin, da anni, il totale controllo del Parlamento.

Ma Russia Unita, il suo partito, va malino nei sondaggi e il terrore, ai vertici del potere russo, è che si aprano delle crepe, per quanto microscopiche, nelle colonne portanti del sistema. Perché da cosa può nascere cosa, soprattutto dopo 20 anni e passa di militanza nella stanza dei bottoni.

Da qui l’esigenza di stroncare i movimenti fondati da Navalny, dichiarati «estremisti», escludere dalle urne ogni figura giudicata scomoda, allacciare la museruola ai medi indipendenti rimasti attraverso la lettera scarlatta «dell’agente straniero», che decima i bilanci delle testate non allineate. Per Navalny l’ultima svolta autoritaria del «modello Putin» gli assicurerà una «vittoria tattica» ma, alla lunga, sarà alla base della sua rovina.

«In Russia esiste l’opposizione - analizza - non perché lo ha deciso Navalny ma perché circa il 30% della popolazione, in gran parte la fetta istruita urbana, non ha rappresentazione politica». Per assicurarsi la Duma Putin alienerà ancor di più i moderati-progressisti russi, accelerando (dice) la crisi del sistema. Nel mentre, Navalny, scalda a suo modo i motori, ultimo esempio di una lunga tradizione russa di dissidenti incarcerati, che nella prigione affinano il senno (o lo perdono). Ma l’arcipelago Gulag dell’ex blogger ha un che di molto diverso dai suoi predecessori.

«Dovete immaginarvi un lager cinese, dove tutti marciano in fila e ci sono videocamere ovunque», assicura. L’attività principale del carcerato si riduce a guardare la Tv per «otto ore al giorno», senza possibilità di distrarsi o sonnecchiare. Una «violenza psicologica» a colpi di propaganda di Stato - film sulla Seconda Guerra mondiale o vecchie vittorie di atleti russi-sovietici ai danni degli avversari occidentali - che rasenta il lavaggio del cervello.

«È così che ho compreso l’essenza dell’ideologia del regime di Putin: il presente e il futuro vengono sostituiti col passato, sia esso eroico, imbellito o del tutto inventato. Tutti questi passati devono stare costantemente sotto i riflettori per scacciare i pensieri sul futuro e le domande sul presente». Ma il futuro, è la scommessa di Navalny, prima o poi deve arrivare.

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